Tradizione civile della Magna Grecia

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di Giovanni Puglisi Carratelli

Vorrei dire, prima di tutto, perchè non soltanto io, ma numerosi colleghi, alcuni dei quali sono qui presenti, abbiamo visto con simpatia la nascita di questa Associazione, che non è stata promossa da studiosi di storia o di archeologia ma da amici della cultura, animati dal proposito di alimentare la memoria della terra d’origine presso gli italiani, e particolarmente i meridionali, emigrati in America, e di tener vivo anche nel nostro Paese il ricordo della tradizione civile italiota che ha tanto contribuito alla formazione della cultura europea. Ci è parso che fosse doveroso incoraggiare e sostenere un’iniziativa in cui si esprime un’esigenza sempre più vastamente sentita, della quale ha fatto cenno poc’anzi anche il dottor Fava: intendo l’esigenza di un serio approfondimento dei problemi della cultura nel Mezzogiorno, come necessaria premessa di ogni indagine sugli altri problemi meridionali. Sulle forme di vita sociale ed economica di quella cospicua parte del nostro Paese non sono mancati studi e discussioni, che hanno però considerato principalmente le bonifiche agricole e urbane, l’industrializzazione, lo sviluppo dei commerci, l’occupazione: problemi tutti gravi ed urgenti; ai quali tuttavia viene raramente abbinato, e sempre marginalmente, il problema della cultura, che è poi il problema dell’istruzione, umanistica oltre che professionale, e dell’elevazione culturale di quelli che devono essere, prima che i beneficiari, i protagonisti della desiderata trasformazione del Sud.

È opportuno rammentare qui un insegnamento e un esempio. Il primo è di Benedetto Croce, che nella sua Storia del Regno di Napoli ha scritto che “come la storia è azione spirituale, così ogni problema pratico e politico è problema spirituale e morale; e in questo campo va posto e trattato, e via via nel modo che si può, risoluto”; l’altro è di un illustre caro amico, anch’egli scomparso, che apparteneva ad una famiglia piemontese e si è prodigato per il Mezzogiorno: Umberto Zanotti-Bianco. Egli, come tutti sanno, ha fondato quella Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, che tuttora svolge un’importante funzione, anche se per la mutata situazione non ha più il vasto campo di azione che aveva al tempo di Zanotti; il quale, fedele al suo Mazzini, abbinava l’azione al pensiero, e nell’ostilità di un’antistorica dittatura trovava lo stimolo ad una più intensa operosità. E significativo che Zanotti abbia nutrito un vivo interesse per la storia della regione in cui svolgeva, con forte senso del concreto, la sua attività filantropica.

A ciò contribuì certamente rincontro con un grande archeologo, Paolo Orsi, un roveretano a cui la Sicilia e la Magna Grecia devono una più ampia rivelazione alla loro storia più antica; ma l’impegno con cui Zanotti curò e promosse la ricerca archeologica in Magna Grecia e diede vita ad un “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania” attesta che egli aveva compreso che l’opera di trasformazione del Mezzogiorno, e specialmente delle zone più tormentate e avvilite, non avrebbe avuto validi effetti senza una rinascita delle grandi tradizioni di cultura meridionali. Egli è stato tra i primi, e i pochi, a rendersi conto che lo studio della storia del Mezzogiorno era l’indispensabile presupposto di una reale soluzione di quei problemi che da quella storia erano nati. Ora di ciò sono consapevoli i più illuminati esperti della “questione meridionale”; ed è di buon auspicio la presenza tra noi del professor Zoppi, presidente del Formez, che ha posto in prima linea tra gli obiettivi dell’azione del suo Istituto i problemi della cultura c lo sviluppo della ricerca storica e scientifica.

Si può dunque insistere sull’importanza primaria degli studi storici per una corretta impostazione dei problemi meridionali e una consapevole valutazione della possibilità di risolverli: tanto più che una ben informata visione storica non può separare i problemi meridionali dai grandi problemi dell’intera nostra nazione. Come infatti l’unità di questa è prima di tutto unità di cultura, fondata sulla tradizione civile il cui processo formativo si è iniziato nell’evo antico, la cognizione delle forze che in quel processo hanno operato esige che la ricerca, necessariamente puntuale, non perda di vista l’ampio quadro, temporale e spaziale, in cui ogni momento storico si colloca.

Considerando ora la storia civile della Magna Grecia, conviene richiamar l’attenzione sul contributo delle genti indigene allo sviluppo della civiltà italiota: le forme di questa sono tipicamente greche, ma essa, al pari di tutta la civiltà greca, fin dalle sue origini, non ha mancato di assimilare certi elementi della cultura degli ethne con cui i Greci si sono incontrati, anche prima della fondazione delle poleis coloniali, nelle aree occidentali da loro frequentate. Non si deve tuttavia dimenticare – e l’avvertenza è pertinente, perchè talvolta l’apporto indigeno è stato sopravvalutato – che la civiltà italiota, come la siceliota, la cirenaica e quella delle poleìs anatoliche e politiche, se ha, al pari di quelle ora citate, alcuni caratteri peculiari, appartiene pur sempre, per modi espressivi e per istituti, alla civiltà ellenica, che per prima ha dato unità culturale al mondo antico, segnando la via dell’unificazione politica e civile attuata da Roma. Di questa grande tradizione classica, fatta sua dal Cristianesimo, si nutre il nostro sentimento dell’unità mediterranea, che è essenziale per la nostra convivenza con le altre nazioni dell’area mediterranea.

In questo quadro mediterraneo, appunto, ricco di convergenze, di contrasti, di incroci, il mondo italiota, il mondo dell’Italia ellenizzata – donde il nome indigeno, nella forma greca di Italia, si è diffuso per tutta la penisola dall’estremo suo lembo occidentale – ha rappresentato una delle forze più creative. Non è superfluo rilevare anche qui l’infondatezza di un luogo comune, che raffigura le spedizioni coloniali come avventure di diseredati, di indigeni che percorrevano mari incogniti in cerca di terre incognite da coltivare. Non furono tali i protagonisti delle imprese coloniali: queste furono ideate e condotte da esponenti delle aristocrazie delle metropòleis, i quali disponevano di risorse economiche e alla capacità di armare e comandare navi e di organizzare forze di lavoro abbinavano un’esperienza militare, qual era necessaria perchè non sempre le relazioni con gli abitanti delle zone occupate erano pacifiche, e in ogni caso alle nuove poleis occorrevano non solo agricoltori e artigiani, ma anche difensori. Il grosso dei proletari greci è arrivato in seguito, quando era assicurato il possesso delle nuove sedi; ed esso si è fuso col proletariato indigeno, così come alle aristocrazie coloniali non è mancata l’intesa, rafforzata talvolta da legami di parentela, con grandi famiglie indigene. Ma è chiaro che la nascita e lo sviluppo delle poleis coloniali sono impensabili senza l’intervento di portatori di una superiore cultura.

È sintomatico che le prime grandi conquiste del pensiero, quelle che hanno dato alla grecità il primato civile nel mondo antico, siano avvenute nelle aree mar¬ginali colonizzate, in Asia Minore e in Italia e Sicilia: dove, cioè, il contatto con esperienze culturali diverse, iniziatosi in tempo molto anteriore alla fondazione delle colonie, e una maggiore possibilità di saggiare innovazioni in àmbito politico e sociale e anche in àmbito religioso, per l’inevitabile allentarsi, col distacco dalla polis di origine, dei vincoli sacrali pubbli¬ci e di quelli gentilizi, permettevano di sperimentare forme di vita e di cultura di¬verse, rispondenti a situazioni nuove.

La Magna Grecia, in particolare, ha visto svilupparsi tre grandi movimenti di pen¬siero, che nella cultura europea hanno se¬gnato tre momenti decisivi per la filosofia, la religione e la scienza. Il primo è quello legato al nome di Pitagora, che non a Samo sua patria ma a Crotone ebbe modo di definire una dottrina e fondare un “ordine” a cui son debitrici di nuovi e geniali orientamenti la politica, le mate¬matiche e l’astronomia, la medicina; in più, il modo di vivere e di studiare dei Pi-tagorici era illuminato da un’intima espe¬rienza religiosa, non mai comunicata a profani. Nota ai non iniziati (c ai moder¬ni) soltanto per discrete allusioni o per qualche accidentale cognizione (dei testi incisi in laminette auree, ad esempio), quella dottrina va probabilmente identifi¬cata con l’Orfismo, i cui lineamenti auten¬tici è difficile riconoscere nella congerie di dati più o meno corretti, di interpretazio¬ni e di invenzioni che la storiografia clas¬sica ha trasmesso.

Si intravede tuttavia, grazie specialmente a Platone, che sentì la suggestione del magistero pitagorico, la dominante presenza di un problema che fu posto in termini nuovi per il mondo greco non meno che per quello del vicino Oriente: il problema dei limiti e fini dell’esperienza umana, di là dalla vita ter rena, in una ricerca dell’eterno attraverso lo studio della razionale armonia propria del cosmo come del microcosmo.

Movendo dal pitagorismo, Parmenide formulò la dottrina fondamentale degli Eleati, il principio che “l’essere è, e non è possibile che non sia”: e fece compiere alla filosofia un nuovo decisivo progresso, ampliando in ontologia la speculazione cosmologica e facendo oggetto d’indagine l’opinione, la doxa. Un medico contemporaneo e seguace di Pitagora, Alemeone di Crotone, avvertì per primo l’esigenza di una ricerca propriamente scientifica, ben distinguendo i suoi termini e modi dalle astrazioni delle scuole ioniche sulla natura; e aprì così la via al geniale Ippocrate di Cos, che diede nuovo fondamento non solo alla medicina, ma alla scienza greca in generale. In polemica con le deduzioni dei “fisiologi” ionici, intenti a postulare le archài, i principii naturali, il medico sviluppò la dottrina del crotoniate, richiamando all’indagine sulle concrete manifestazioni della vita, normali e patologiche, e principalmente sull’uomo nella sua struttura intellettuale oltre che fisica, e sulle sue relazioni col mondo in cui vive.

Un segno della vivacità e dell’importanza dei centri di cultura italioti è la divergenza, che si fa sempre più chiara, tra due concezioni della scienza medica, una formatasi in àmbito pitagorico, soprattutto per opera di Alemeone, e un’altra che fa capo a Parmenide e si richiama ad una più antica tradizione greco-anatolica.

Anni or sono fu scoperto a Velia un gruppo di basi iscritte su cui poggiavano i ritratti (di età giulio-claudia) di tre medici, tutti col nome Ulis (ma con patronimici diversi), e inoltre di Parmenide, non dichiarato medico, al cui nome e patronimico si accompagna un gentilizio finora ignoto, Uliades, che al pari del nome Ulis si connette immediatamente all’epiclesi Ulios di un Apollo sanatore venerato nell’Asia greca. Il culto di questo nume è attestato anche nella patria di Ippocrate, a Cos, e proprio nella zona in cui ebbe poi la sua prima sede il culto di Asclepio, il nuovo nume da cui trassero il nome gli Asclepiàdai.

Questi, a cui appartenne anche Ippocrate, diedero all’Asclepieion di Cos una fisionomia particolare, ripudiando la terapia taumaturgica che conservarono i più degli altri santuari, da Epidauro a Pergamo a Lebena a Roma. Non sappiamo in quale relazione sia stata la dottrina della scuola di Velia con quella alcmeonico-ippocratica; ma che essa non fosse puramente iatromantica e già indicato dalla connessione col nome di Parmenide, qualificato physikòs nell’epigrafe sulla base della sua erma. Due “Vite”, di Ippocrate e di Galeno, compilate nel secolo XII da un erudito siro-egiziano e tradotte, nel tardo medioevo, dall’arabo in castigliano, in latino e poi in più lingue europee, oltre a confermare che la tradizione di una scuola medica eleate avente a capo Parmenide era ben accreditata nella storiografìa greca, ricordano che tre medici della scuola di Parmenide diedero a questa, in tempi diversi, indirizzi particolari, dei quali l’uno privilegiava l’esperienza, l’altro la teoria, il terzo le tecniche terapeutiche; e anche ciò parla in favore di una scuola ricca di fermenti e non cristallizzata in tradizionali pratiche mistico-magiche, quali erano quelle degli Asclepiei citati, in cui la funzione iatrica era del tutto marginale c l’infermo devoto confidava soprattutto nell’intervento miracoloso del nume, generalmente durante Vincubatio. D’altra parte, il nesso con Apollo Ulios mostra che la scuola medica di Velia, anche se orientata in senso scientifico, era estranea alla sfera degli Asclepiadai.

Troppo nota è l’arte della Magna Grecia perchè sia necessario un lungo discorso sull’originalità degli architetti e degli artisti; e basterà ricordare la pittura vascolare e tombale ed opere insigni di scultura quali i rilievi del Heraion alla foce del Seie e i rilievi dei pìnakes locresi, per non parlare di Pitagora di Reggio e delle controversie sull’Auriga di Delfi.

Ma almeno un cenno si deve fare della tradizione che collocava nell’Italia, nel grande centro sacrale di Locri Epizefìri, l’inizio della legislazione scritta.

Si pensi ora alla qualità e misura del contributo che le aree coloniali d’Occidente hanno portato alla formazione della civiltà greca, prima, e poi della civiltà europea; all’influenza che le tradizioni di cultura italiote e siceliote hanno continuato ad esercitare quando delle poleis non viveva che il ricordo e i centri urbani erano in declino e le regioni meridionali erano state depredate da invasori e conquistatori. Quelle tradizioni avevano tuttavia formato un humus propizio a nuove grandi esperienze intellettuali: dal Vivarium di Cassiodoro al monachesimo basiliano, da Nilo di Rossano a Gioacchino da Fiore, dai maestri della Scuola Salernitana a Barlaam di Seminala, da Telesio a Campanella.

Alla suggestione della civiltà italiota già non s’era sottratto Platone, formatosi in un’Atene ancora illuminata dallo splendore del quinto secolo; e approdato in Magna Grecia dopo la morte di Socrate, nei colloqui con Archita e gli altri pitagorici tarantini trovò conforto e ispirazione, e tornato in Atene fondò la sua Academia concepita come scuola formativa di cittadini capaci, per doti intellettuali e morali, di governare saggiamente la loro polis. Ben più che un organismo politico nel senso moderno, la polis rappresentava per i Greci la migliore for ma di comunità civile, e per i filosofi quella che più era propizia allo sviluppo dell’uomo interiore, su cui si è sempre appuntata, come sul problema fondamentale, la speculazione filosofica greca.

A quello sviluppo miravano anche le grandi esperienze religiose greche con le loro dottrine etiche e escatologiche; e più delle altre la dottrina religiosa dei Pitagorici, l’Orfismo, che al pensatore ateniese divenne nota in Italia, probabilmente rivelatagli dai suoi amici tarantini. Anche sui non iniziati, tuttavia, l’atmosfera religiosa italiota esercitava un fascino sottile, per l’affiorare in essa, più che nelle metropòleis, di antichissime tradizioni ed esperienze non assimilate dalla religione olimpica quale s’era definita nel processo formativo della polis’, e questa atmosfera sentono ancora, tra le vestigia dei centri italioti e sicelioti, o di quelli asiani e cirenaici, quanti le contemplano con la simpatia che nasce dallo studio della storia che là si svolse.

È tra noi Iris Love (Archeologa americana che partecipò al convegno n.d.r.) che a Cnido ha scoperto quel tempio di Afrodite nel quale era custodita la famosa immagine della dea scolpita da Prassitele; e gli scavi hanno rivelato che il tempio era collegato ad un complesso di santuari dedicati a numi il cui originario carattere ctonio non è mai del tutto scomparso, neppur dopo che del pantheon olimpico prevalse un’immagine urania: tanto è stato sempre presente alla riflessione come alla fantasia dei Greci il pensiero dell’aldilà, dell’epékeina. E l’antichità classica ha trasmesso al mondo moderno, per tramite cristiano, quel suo desiderio di vita perenne.

Questa operante eredità spirituale dà ragione dell’interesse con cui guardiamo alla civiltà italiota e la facciamo oggetto del nostro studio, e amorosamente raccogliamo e scrutiamo i documenti del suo passato, cercando di colmare i molli vuoti che nella lunga storia del Mezzogiorno sono stati prodotti da guerre e invasioni, dall’oppressione feudale, da conflitti religiosi, da calamità naturali: di riconoscere, insomma, l’identità storica delle genti che ci hanno preceduto nelle nostre regioni. Ma la ricerca storica esige non solo impegno ed entusiasmo, ma lunga e seria preparazione: senza di che, verrà meno quella consapevolezza del nostro patrimonio di cultura che è lo stimolo più forte ed efficace ad una rinnovatrice attività civile, ispirata all’alta visione etico-politica che filosofi e storici, da Platone a Croce, ci hanno proposto


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Fondazione Magna Grecia