Eschilo nella situazione storica tra la fine del 500 e la prima metà del 400 a.C.

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Per inquadrare la posizione di Eschilo nel suo tempo, come tragediografo, politico, studioso della condizione drammatica dell’uomo nell’universo, sembra opportuno, per un verso, rifarci ad alcune date; per altro verso, indicare la crisi di un’epoca in un intreccio di componenti e risultanti di “culture diverse”: dall’Asia Minore, dalla Jonia, dalla Magna Grecia, dalla Sicilia, in particolare Siracusa, in un riflusso di Atene, comprese le tradizioni “dionisiache” e le antiche tradizioni religiose, che, poi, costituiranno l’Orfismo.

Alcune date, dunque, relative ad autori che sono vissuti tra la fine del 500 e la prima metà del 400 a.C..

Eschilo, di Atene, figlio di Euforione, del demo di Eleusi, indubbiamente combatté a Maratona nel 490 (così risulta dall’Epigramma funebre, composto, sembra, da lui stesso). Un cronografo, tenendo conto del 490, pensa che il 490 coincidesse con l’ acme (il fiorire massimo) di Eschilo, i 35 anni, e disse che, dunque, era nato nel 525-524: è un’ipotesi. Come che sia, Eschilo visse tra la fine del 500 e il 456 455 e morì a Gela, in Sicilia.

Nel 470 circa, Eschilo fu invitato a Siracusa da Gerone I, signore di quella città. Gerone aveva fondato, dopo diverse vicende, la nuova città di Aetna, appunto nel 470, ed Eschilo, per quella occasione, scrisse una tragedia intitolata Aetnaea, forse rappresentata nel teatro greco di Siracusa, dove, sembra, per altro, che abbia rappresentato anche i Persiani.

Accanto alla “tragedia” abbiamo la “commedia”. La tragedia, con tutta probabilità, era in origine la rappresentazione della vita, morte e miracoli di Dioniso, prole di Zeus (dios di Zeus, nusos prole). Dioniso fu fagogitato dai Titani, che, a loro volta, furono inceneriti da Zeus; ed è

proprio dalle ceneri dei Titani che nascono gli uomini. Essi sono, quindi, tutti uguali, in contrapposizione al pensiero do¬minante nelle classi aristocratiche. Dioniso, prima, signore delle vegetazioni incolte della Tracia, poi, penetrato in Grecia, dio delle coltivazioni, divenne, infine il dio dei diseredati, in lotta contro gli aristocratici. La commedia, invece, secondo Aristotele (Poetica, 3, 1449a 37), deriverebbe dal canto dei cultori di Dioniso, che si riunivano in cortei, in sfrenate orge e canti popolari. Anche la commedia, sia pur popolarescamen¬te, rappresenta situazioni storiche e conflitti di idee.

Epicarmo a Siracusa: ricostruzione di un ambiente

Ho citato, la commedia accanto alla tragedia, perché proprio a Siracusa, operò e visse il commediografo Epicarmo. Epicarmo, originario di Cos nella Jonia o di Megara Sicula, visse tra il 550 circa e il 460. Fin da giovinetto fu alla corte di Gelone e di Gerone. Significativo è che Platone (Teeteto, 152d—c) dica che nel genere della commedia Epicarmo sta alla pari di Omero; mentre citando più volte Eschilo, pur riconoscendone la grandezza, Platone afferma (Repubblica III) che Eschilo, avendo sostenuto che l’uomo è caduto dall’ordine divino, giustifica la necessità dell’uomo colpevole, per cui ritiene che per l’educazione dei giovani siano da tacere i versi che esprimono quella concezione.

Epicarmo, nei frammenti rimasti e in alcuni testi papiracei, ha importanza come fonte. Vi sono motivi propri di Eracliio. Vi sono accenni a Senofane di Colofone, città ionica a nord di Mileto. Senofane girovagò per l’Ellade e la Sicilia, dopo che Colofone fu “occupata” dal “Medo” (fr. 22). Non solo, ma lo storico Timeo — attendibile — dice che Senofane eb¬be rapporti con Gerone di Siracusa, dal 478 al 467 (più o meno gli anni in cui fu a Siracusa anche Eschilo). Sembra che Senofane abbia avuto rapporti con Parmenide di Elea, in Campania, colonia della ionica Focea. Si è detto Eraclito, si è detto Parmenide: essi, come è noto, misero in crisi una cul¬tura affermatasi, proponendo nuovi modi d’intendere, sia relativamente ai rapporti tra l’uomo e l’ordine del tutto, sia relativamente ai rapporti tra gli uomini.

Il “dionisismo” e la formazione di una nuova classe dirigente

Sotto questo aspetto va tenuta presente la forza ch’ebbe il “dionisismo”. Nelle lotte tra i signori e le città, i seguaci di Dioniso si moltiplicarono. Di qui i loro conflitti, con i re, i signori, i loro figli, nell’ideale di una nuova legge cosmica, di una equa distribuzione, di una giustizia che consideri gli uomini tutti uguali, tutti ugualmente nati, secondo il mito dionisiaco, dalla cenere dei Titani, tutti aventi in sé una particella del divino Dioniso, ingoiato dai Titani.

Venuti dalle campagne alle città, i nuovi arrivati si resero conto che, attraverso i commerci e il lavoro erano essi ad avere in mano il denaro, ma non il potere politico, mantenuto dagli aristocratici. Di qui gli appelli a costituzioni politiche che, abolendo privilegi di nascita, dessero a tutti la possibilità di reggere il paese. Dioniso divenne la bandiera del movimento.

Lo stesso tiranno Pisistrato si appoggiò ai popolari contro i vecchi aristocratici: non è pertanto un caso che egli abbia introdotto in Atene feste in onore di Dioniso, mai volute prima dalla città. La forza degli uomini nuovi si dimostrò durante le guerre persiane (492-497); a Salamina, a Maratona, la vittoria di Atene e la liberazione dall’Impero Persiano, dai barbari, rese valida la concezione della lotta contro la tracotanza (hybris): Zeus come ordine del tutto, il male come affermazione di sé (da par¬te di un uomo o di una famiglia) in una serie di colpe inconsapevoli, che si moltiplicano, finché non si compia la nèmesi.

Eschilo interprete della tragedia dell’uomo ed espressione della circolazione della cultura

“L’uomo non deve andare oltre il segno — ammonisce Dario, (padre di Serse il vinto, dall’oltre tomba) — perché Zeus pu¬nisce i disegni troppo ambiziosi: i cumuli dei morti, anche ad occhi di tre generazione dopo la nostra, riveleranno senza parlare che colui che è mortale non deve essere superbo contro la natura. La tracotanza, quando sboccia in fiore, ha per frutto una spiga di colpevole follia, donde essa miete lacri¬mevoli messe; soffrendo i mali più gravi si riscattano la tra-cotanza e l’empio orgoglio” (Persiani, 800 sgg.). “Zeus ha mostrato ai mortali la via della sapienza, avendo posto loro, come legge, soffrire per comprendere” (Agamennone, 177 sgg.).

Il “dionisismo” ha una sua funzione, come storia della cadu ta dell’uomo e del suo possibile ritorno alla patria celeste da cui si proviene, e una loro funzione hanno “antiche tradizioni”, andate poi sotto il nome di “orfismo”.

Dioniso e Orfeo, dunque. Si sono citati sopra alcuni versi di Eschilo e si è fatto cenno a Senofane, a Eraclito, a Parmenide, quando non si pensi ai “pitagorici”. E’ stato ritrovato (1962), nel Papiro Derveni (ed. Kapsmenos, 1964) – un commento agli Inni Orfici- un verso che suona così: “Zeus è il principio, Zeus è il mezzo, mediante Zeus tutto viene a fine” (col. 13). Ed Eschilo scrive: “Zeus è l’etere, Zeus è la terra, Zeus è il cielo, tutto questo e ciò che è al di là, è Zeus” (fr. 70 Nauck). Testo antico quello del Papiro Derveni che probabilmente ha giuocato, insieme ad altri, nella formazione del¬la concezione dionisiaco-orfica e nella costituzione del tipo di sapere che giunge a Eschilo. Come si diceva giunge a Eschilo dalla Jonia, dalla Magna Grecia, dalla Sicilia greca (Sira-cusa); torna poi ad Atene e da qui rientra in Magna Grecia, a Siracusa. E’ la circolazione della cultura.

Non saranno poi un caso i viaggi di Platone a Siracusa. Ci piace anzi di poter chiudere proprio con un testo dell’Ottava lettera di Platone. Platone si rivolge ai familiari e ai compagni di Dione, siracusani: “Attualmente voi e i vostri nemici [si era formato a Siracusa un conflitto tra due partiti], da quando è iniziata la guerra, siete governati, quasi senza interruzione, da una sola famiglia, [Dionisio I, II, Dione], alla quale, una volta, i vostri padri affidarono il potere, al tempo in cui la Sicilia greca fu sul punto d’essere totalmente assoggettata ai Cartaginesi [la Sicilia greca e Siracusa furono salvate] …

Nella presente situazione, invece, è bene che voi, di ambedue i partiti, cerchiate di riflettere e di ricordare quante volte, gli uni e gli altri, avete avuto la speranza, volta a volta, che pur non giungendo a realizzare totalmente i vostri disegni, oramai non ci mancava che un nulla; eppure avviene che proprio questo nulla sia causa di grandi e innumerevoli mali, per cui non si raggiunge mai un termine, ma, sempre, quello che sembra il termine di un vecchio male si congiunge con l’inizio di un nuovo male in fase di sviluppo, per cui si corre il rischio che presi entro il giro di tale ciclo vadano completamente distrutti [l’un e l’altro partito]; se tale eventualità esecrabile, ma immaginabile, si verificasse sul serio, tutta la Sicilia si ridurrebbe a non parlare più la lingua greca, cadendo sotto qualche dinastia, sotto qualche dominio di Fenici o di Oschi. Tutti i Greci debbono dunque cercare, con tutte le loro forze di porre un rimedio a tale situazione” (VIII lettera, 353 a-c).

Il circolo si chiude: Eschilo e la Magna Grecia; Eschilo e la Sicilia greca. In un preciso momento storico, che in altri termini e in altre concezioni e situazioni (da cui altra struttura della tragedia, Sofocle ed Euripide) si protrarrà fino a Platone.

di Francesco Adorno

 

Eschilo

Eschilo fu uno dei grandissimi autori tragici del mondo greco. Solo 7 tragedie integre ed alcuni frammenti di altre, è quanto rimane delle 90 opere scritte da lui e che gli valsero ben 13 vittorie in altrettante gare di rappresentazione teatrali, a fama imperitura.

Nato vicino Atene, visse in un periodo di radicali trasformazioni: prima il passaggio dalla tirannide dei Pisistratidi alla democrazia di Clistene, poi il conflitto nazionale greco-persiano e, infine, il deciso avvio di Atene a diventare la massima potenza greca.

Combatté personalmente prima a Maratona con Milziade (490 a. C.) contro l’esercito di Dario e. poi, dieci anni dopo, a Salamina con Temistocle (480 a. C.) contro i persiani di Serre, successore di Dario. Appartenne, cioè, a quella generazione che, con il proprio valore, fece grande la Grecia.

Gli avvenimenti di cui fu protagonista e l’evolversi della riflessione razionale in Attica, gli fornirono l’occasione per ripensare con spirito nuovo le problematiche politiche ed esistenziali dell’uomo, superando le arcaiche e mitiche credenze.

Si recò due volte in Sicilia presso la corte di Ierone di Siracusa: la prima volta per celebrare la fondazione della città di Etna (476 a. C.) e in quell’occasione scrisse Le Etnee o Le donne di Etna, dramma andato perduto; la seconda volta per allontanarsi dal pubblico ateniese verso il quale nutriva vivi risentimenti dopo la rappresentazione dell’Orestea. Fu in questo secondo soggiorno che Eschilo vide rappresentati, nel teatro di Siracusa, i suoi Prometeo incatenato e Prometeo liberato. Da Siracusa passò a Gela ove si spense nel 456 a. C., dopo avervi soggiornato diversi anni e aver scritto il proprio epitaffio tombale: “Eschilo, figlio di Euforione, ateniese, morto a Gela ricca di messi, questo sepolcro accoglie”.

 

 


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