Pitagora, nel suo tempo per il suo tempo.

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Pitagora
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Una personalità di nome Pitagora – diciamo, per ora, nato a Samo, isola ionica sulle coste dell’Asia Minore, circa il 570 a. C. – 
è personalità effettivamente esistita. Molti dubbi, invece, si hanno relativamente alla data di nascita.

Su testimonianza di Porfirio di Tiro (vissuto tra il II – III secolo d.C.) che nella sua Vita di Pitagora afferma, citando Aristosseno di Taranto (IV sec.a.C.) della scuola di Aristotele, che Pitagora, a quarant’anni, “[ .. ] vedendo la tirannide di Policrate di Samo farsi più dura di quanto fosse lecito ad un uomo libero di sopportare, partì per l’Italia”.

Anche se Porfirio scrive secoli dopo e interpreta Pitagora in
 un’altra cultura storica, l’accenno a Policrate, re di Samo, può effettivamente far pensare a date intorno al 570-540. Non solo, 
ma è altrettanto veritiero che, da Samo, Pitagora, dopo molti viaggi, si sia recato in Magna Grecia, a Crotone, sui quarant’anni circa (Porfirio, Vita di Pitagora 18; è citato Dicearco di Messina, IV sec. a.c., della scuola di Aristotele).

Che molti pensatori formatisi nell’atmosfera scientifica della Ionia, sulle coste dell’Asia minore, fuggiti a causa dell’invasione persiana, abbiano “emigrato per tutta l’Ellade’’ (come afferma Senofane,
fr.8), ve n’è un esempio proprio in Senofane di Colofone (a nord di Mileto), vissuto al tempo di Pitagora (tra il 571-545 e il 480 a.Ci).

Senofane fu forse anche ad Elea e Siracusa, divenendo il “poeta” della nuova cultura ionica. Senofane scrive: “Se uno conquista la vittoria per la velocità dei piedi, o nel pentatlon, o nella lotta 
o per l’abilità del doloroso pugilato, o in quella terribile gara che chiamano pancrazio, più glorioso diventa agli occhi dei concittadini; e se nei giochi ottiene il posto di onore e il vitto a spese pubbliche della città, e un dono che per lui è un cimelio; e se anche vincendo coi cavalli avrebbe tutti questi onori, tuttavia non sarebbe degno come io lo sono. Perché meglio della forza di uomini e di cavalli è
 la nostra sapienza” (Sophia). E Senofane prosegue. “Non è certo così che la città si avvantaggia, anzi resta legata alla stupida forza 
e non vive in un ordine migliore” (fr.2).

Abbiamo riportato qualche frammento di Senofane, perché chiarisce la presa di posizione 
del sapere ionico nei confronti della cultura omerica. Ciò risalta in pieno dalla Repubblica di Platone, dove egli sottolinea che Pitagora indicò ben altro modo di vita” (Repubblica. X, 600 a-c). “Pitagora 
fu sommamente amato e ancora oggi, i suoi tardi discepoli, chiamando pitagorico il proprio tenore di vita, si manifestano 
ben distinti dagli altri uomini”.

In opposizione ad Omero si esalta, invece, il modo di pensare che si era venuto formando nella Ionia. Anche se Senofane ha, forse, criticato Pitagora per la “metempsicosi”, così come Eraclito di Efeso lo ha criticato per 
la “multiscienza”, i frammenti senofanei rispecchiano quale deve essere stato l’atteggiamento di Pitagora, che a quarant’anni
 giunge a Crotone.

Formatosi in tutt’altro modo di pensare,
 arriva in una città arretrata, così come lo era ancora anche la Grecia peninsulare, ancorata cioè ad una maniera di concepire oltrepassata, rispetto alla Ionia. Sicilia, Magna Grecia, Campania (Elea), dove emigrarono gran parte degli Ioni (Empedocle di Agrigento, sia pur in via indiretta, aveva risentito l’influenza di Parmenide, di origine ionico-focese): sono questi i passaggi del “sapere ionico”; dalla Ionia in Magna Grecia, e poi, per reflusso, in Grecia, in particolar modo ad Atene.

Non solo, ma lo stesso nome “Pitagora” induce a pensare come dai più sia stata interpretata la figura dell’uomo di scienza, fin dall’origine. 
Pitagora, infatti, significa “l’annunciatore” del Pizio, per cui fu ritenuto figlio di Apollo Pizio. Già dal principio, dunque, la gente 
di tutti i giorni e incolta, vedeva in lui quasi un dio, un mago e considerava sacri i suoi discorsi.

Ciò avverrà anche per Empedocle di Agrigento: le sue scoperte scientifiche vengono assunte come opera di magia. Indicativo è, per altro, che lo stesso Empedocle abbia citato Pitagora, e che si sia scritto (Diogene Laerzio, VIII 56): “che Empedocle seguì la scuola di Anassagora e di Pitagora e che di questo imitò la dignità della vita e del portamento, di quello la domina della natura”.

Due atteggiamenti emergono chiari a partire dai più vicini al tempo
 di Pitagora: uno scientifico, per i pochi, per gli “addottrinati”: l’altro divulgativo, per i più, in forme retorico-mitiche.

Scrive Diogene Laertio (IX, I), citando Eraclito, che costui affermava “che multiscienza non insegna ad avere intelligenza: altrimenti l’avrebbe insegnato ad Esiodio e a Pitagora, e poi a Senofane e ad Ecateo”.

In questa prospettiva si pone una testimonianza di Erodoro (520-460 a.C.), che nella “Storia” (IV, 95) ricorda: “ho sentito dire dai Greci che abitavano l’Ellesponto e il Pento, che Zalmosside, da uomo, viveva come schiavo a Samo, ed era servo di Pitagora, fìglio di Mnesarco. Divenuto poi libero, dicevano, accumulò grandi ricchezze e con queste tornò in patria [Tracia]. Lì Zalmosside, che aveva appreso il vivere degli Ioni e costumi più civili di quelli dei Traci gente povera e rozza, poiché aveva vissuto con i Greci [Ioni], e dei Greci, con uno dei maggiori “sofisti”, Pitagora [detto sapiente, sofista, nel significato pre-platonico di abile tecnico del proprio sapere], si costruì una dimora ospitale, nella quale, invitando a banchetto i principali cittadini, insegnava loro” come l’uomo deve vivere e come egli è divino”.

Fondamentale è la citazione di Zalmosside. Platone nel “Carmide” (l56d sgg.), riprende il mito di Zalmosside, medico, sottolineando che: “Zalmosside, che è un dio, vuole che come non si deve cominciare a sanare gli occhi senza tener conto del capo, né il capo senza il corpo; così neppure si deve cominciare a sanare il corpo senza tener conto dell’anima: i medici trascurano il tutto di cui invece dovrebbero prendersi cura”.

Di qui, innanzi tutto, i discorsi incantatori, perché l’equilibrio dell’anima ponga in equilibrio e misura le parti. Il testo di Platone e quello di Erodoto aprono uno spiraglio sulle ragioni per cui uno dei primi seguaci di Pitagora sia stato il medico Alcmeone crotoniate.

Le testimonianze riportate di Senofane, di Eraclito, di Erodoto, di Empedocle, anche se già risentono, pur chiarendoli, i modi con cui Pitagora si è mosso, ribadiscono tuttavia che Pitagora è veramente esistito, anche se le date possono oscillare. Non solo, ma che la sua personalità si è formata in Samo, ionica, che egli abbandonò Samo sui quarant’anni e che, infine, sbarcò a Crotone.

In opposizione alla descrizione agiografìca di Pitagora, ponendoci 
su un piano di critica storica e filologica, andando oltre le testimonianze più vicine a Pitagora, è necessario, di destratificazione in destratificazione delle testimonianze e delle fonti, tentare di cogliere in controvelina, da un lato, quello che fu il Pitagora storico e, poi, come e perché si siano susseguiti, in epoche e culture diverse, i molti Pitagora e pitagorismi”.

In particolare pensiamo ad alcune interpretazioni stoiche, e, poi, a Plotino, a Porfirio, a Giamblico, e così via. Già per le fonti più antiche, è sintomatico che Erodoto (IV, 95) riferendo di Zalmosside, possa dichiarare: “ho sentito dire”. e, per altro verso, l’oratore Isocrate (426-338 a.C.) sostenga nel “Busiride, 28” che Pitagora andato in Egitto, e fattosi discepolo degli egizi, per primo abbia introdotto in Grecia l’amore del sapere (filosofia), ovvero, aggiungiamo, la “curiosità”, il rendersi conto del “perché” e non 
del “che” (cfr. Aristotele, I, Metafisica).

Si capisce così perché in altre e più tarde temperie culturali, quando Orfeo e l’orfìsmo si sono istituiti in forme religiose, si poté dire che Pitagora fu orfico e legato all’Apollo Iperboreo.

Scrive Diogene Laertio (VIII, 8): “Ione di Chio (della Ionia, vissuto nel V secolo a. C.) nei “Triagmi” dice che Pitagora attribuì ad Orfeo alcune poesie composte da lui”. Questa testimonianza, ad esempio, venne ripresa, dalle fonti successive ed è rimbalzata fino a noi.

Scrive Aristotele (Metafisica,
I, 5,98 a 29): “Pitagora, figlio di Menesarco, dapprima volse la mente alle scienze e ai numeri, ma in seguito non si astenne dal fare miracoli al modo di Ferecide e le sue previsioni risultavano esatte”.

Sulla scia di Aristotele, Eliano, poi, nella Varia Historia, II, 26, afferma: “Aristotele dice che dai crotoniati Pitagora era chiamato Apollo Iperboreo.” In altre fonti, invece, si trova scritto che indipendentemente dalle interpretazioni del volgo di Crotone, Pitagora, in quanto scienziato, si rivolgeva a cogliere ciò che permette ‘di esserci” che non si vede con l’occhio fisico, ma con l’occhio della mente, in una “comprensione” (in greco classico, mathesis, da manthano, comprendere) che determina l’unità delle possibili scienze.

La “matematica” di Pitagora va intesa, dunque, nel suo significato originario: un tipo di “apprensione”, che permetta di cogliere con la mens, ciò che è al di là del visibile. E ancora Diogene Laertio scrive, (IX, 38): sembra, al dire di Trasillo, che Democrito sia stato emulo dei pitagorici”.

Già qui si dice “pitagorici”, e l’interpretazione di Democrito, che rimbalza a Platone, è già più tarda e si riferisce ai pitagorici, contemporanei di Platone, cioè Archita di Taranto e Filolao, se non ai primissimi seguaci
 di Pitagora, a Crotone, indirizzati a questioni più tecniche, come la “tavola pitagorica”, la tetrakrus (quaternaria), 10 punti messi in forma di triangolo, avente quattro punti per lato, la cui somma 1+2+3+4 è uguale a 10; come la traduzione del ciò che è in numeri, “arirrnos”, pari e dispari, e nella loro raffigurazione scritta, disegnata, in punti e linee, e nei loro rapporti, la geometria.

L’universo è ciò che si volge in unità, o cosmo, ordine, (mondo, in latino = pulito, ossia in equilibrato e sinfonico rapporto), cioè in misurate relazioni. Tale “misura” riferita all’uomo definisce la “salute” e l’anima,
come forza vitale che vive per sé e che rivive in chi vive (donde la tesi della trasmigrazione delle anime).

Ma siamo oramai in campi diversi e in altre problematiche. Platone, da un lato, attraverso Democrito, indica come condizione prima per pensare la realtà, l’ipotesi degli atomi, che porterà ai numeri dei pitagorici. Aristotele, invece, nel suo tentativo di cogliere principi e cause prime della realtà, usa i “pitagorici” (da lui indicati come i “cosiddetti pitagorici”) che, in opposizione ai principi materiali (acqua, aria, e così via), propongono le forme (o numeri), come ciò che dà il fondamento primo.

Comprendere la realtà consiste, allora, nel ridurla a quantità misurabile (geometria) e numerabile (aritmetica). Di destratificazione in destratifìcazione delle fonti e in restratificazioni, via via, dalle testimonianze, sembra che si possa sostenere che con tutta probabilità la prima tesi, propria di Pitagora, entro il quadro della cultura ionica, consista in una ripresa dell’apeiron di Anassimene di Mileto.

Non è questo il luogo per approfondire le conseguenze che da Pitagora trassero i suoi primi discepoli. Qui, invece, rifacendoci alle prime fonti e, poi, alle più tarde, si può, con una certa attendibilità, rendersi conto della posizione avuta da Pitagora in Crotone e della sua tensione, nella Scuola che egli vi aprì, a far sì che i crotoniati, attraverso il sapere scientifico, assumessero consapevole atteggiamento “civile”, senza rimanere presi dal vivere quotidiano.

A Crotone, dunque, giunse sui 40 anni. Là aprì una Scuola, che, più 
tardi, fu interpretata come una vera e propria setta, in cui il maestro, per un verso, insegnava agli iniziati (i cosiddetti “matematici”, una mathesis “esoterica”), per altro verso, faceva lezioni divulgative per i più, conferenze per gente che doveva solo ascoltare (i cosiddetti acustici o ascoltatori).

Può darsi che tale distinzione, tra discorsi iniziatici” e scritti “divulgativi”, sia quella che, in epoca successiva, ha fatto distinguere gli scritti di Aristotele, in scritti per i più e in lezioni per i meno, rimbalzando tale distinzione a Pitagora. è sembrato anche che Platone, nel Timeo, (Timeo, un presunto pitagorico), parli delle “cose che sono per sé”, comprensibili in termini aritmo-geometrici, mediante miti, perché ad essi non si giunge se non
 per immagini, ivi compresa l’anima mundi, che può riferirsi all’esoterismo di Pitagora, e così interpretare lo stesso Pitagora e l’anima pitagorica, immortale per sé, che fa sua casa il corpo (vedi Fedro, V, 245c-246c).

Sono interpretazioni posteriori che pur illuminano sulla funzione della Scuola di Pitagora a Crotone. Così come gli scritti andati sotto il nome 
di Pitagora (i tre libri: educazione, politica, sica; il Discorso Sacro; i versi aurei) che sono stati composti rispettivamente nel I secolo a.c., nel III e
nel IV secolo d.C. (I versi aurei, addirittura, sembrano essere d’un periodo posteriore, forse d’epoca bizantina).

La Scuola al principio non doveva avere niente di iniziatico: lezioni per chi poteva intendere il nuovo modo di pensare degli ionici, razionale e scientifico, e il tentativo, per i più, di curare l’uomo, per condurlo a un saper vivere con misura e civilmente.
 E ciò anche mediante discorsi propri dell’istituirsi democratico dell’ orfismo che, proprio allora, giocarono in senso politico, nelle ultime lotte tra aristocrazia e democrazia; democrazia che prese a suo emblema Dioniso, il liberatore, e l’Orfismo.

E’ utile, per comprenderne meglio gli aspetti politici, ricordare la mitologia. Zeus congiunto con altra dea, non Era, procrea un figlio, Dioniso (= prole di zeus). Era, per vendicarsi, chiama dal Tartaro i Titani perché uccidano Dioniso, promettendo loro il ritorno all’Olimpo da cui erano stati cacciati da Zeus.

I Titani riescono a fagocitare Dioniso e mandano a Era il cuore di lui. Zeus s’impadronisce del cuore, lo fagocita e fulmina i Titani. Dalla cenere dei Titani nascono gli esseri viventi, tutti uguali e aventi ciascuno un frammento del divino Dioniso. Di qui, in opposizione ai re e all’aristocrazia, la forza del dionisismo addolcito, poi, da Orfeo.

Secondo la tradizione, la Scuola di Pitagora fu ostacolata e combattuta dagli aristocratici di Crotone, che dapprima avevano accolto con interesse l’insegnamento di lui. Probabilmente i signori di Crotone ritenevano che l’impianto del pensiero pitagorico fosse più vicino alla lotta condotta dai “democratici” contro i signori.

Per i signori l’obbligatorietà delle leggi era tale perché dovuta agli antenati e non istituita volta a volta secondo una misura e un ordine voluto dagli stessi cittadini, in nome di Orfeo e di Dioniso. La Scuola di Pitagora, però, fu messa in discussione anche dai democratici che videro in essa un’eccessiva esaltazione della “ragione- critica”, in contrasto con i miti dionisiaco-orfici.

Della congiura s’indicano più cause. Una originata dalla fazione detta “ciloniana”, “era Cilone crotoniate per nascita e per rinomanza e ricchezza uno dei primi cittadini di Crotone; ma era duro, violento, sedizioso e prepotente di natura, e per quanto avesse sollecitato con ogni insistenza l’ammissione alla comunità pitagorica e si fosse rivolto allo stesso Pitagora, era stato respinto per le cause anzidette” (Giamblico, Vita di Pitagora, 248-251).

E ancora, riassumendo da Giamblico (Vita di Pitagora, 250 sgg.) si 
narra che Cilone, insieme a molti altri, assaltò la Scuola, che aveva sede nella casa di Milone, e le dette fuoco. Sfuggirono alla morte Archippo 
e Liside. Liside si rifugiò a Tebe, dove fu fondato un circolo pitagorico, 
e dove fiorirono, più tardi, Filolao e, poi, Simmia e Cebete, interlocutori pitagorici discussi nel Pedone” di Platone.

Archippo si rifugiò a Taranto, dove proseguì l’opera del maestro; di Taranto sarà il pitagorico e politico Archita, amico di Platone. Quanto a Pitagora vi sono due versioni: l’una risalente a Dicearco (Porfirio, Vita di Pitagora, 56), l’altra ad Aristosseno (Giamblico, Vita di Pitagora, 251).

Secondo la versione di Dicearco, 
prima dell’esplosione violenta dei Ciloniani, che portò all’incendio della casa di Milone, Cilone avrebbe fatto allontanare Pitagora da Crotone; Pitagora si sarebbe recato a Metaponto, dove sarebbe morto ancor prima dell’incendio. Secondo la versione di Aristosseno, Pitagora sarebbe sfuggito al massacro perché non era presente.

Fuggito a Locri, sarebbe poi passato a Taranto, per andare, infine a Metaponto, dove sarebbe morto, probabilmente nel 496 a.C. (cfr. F. Adorno, La Filoso a antica, I, Feltrinelli, Milano, Universale economica, 1991). Qui ci fermiamo: ciò che viene dopo, come risulta da quanto detto, riguarda la storia dei “pitagorismi”, in Magna Grecia e altrove.

 

 


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