“Nello stesso giorno in Sicilia Gelone e Terone vinsero il cartaginese Amilcare e a Salamina i Greci vinsero il Persiano”

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“Signore, ricordati degli Ateniesi!” si faceva ripetere dal suo servo, tre volte ogni giorno, Dario, il gran re di Persia (Erodoto, V 105), per alimentare i suoi propositi di vendetta contro la città che aveva osato sostenere col suo aiuto le città greche sulla costa dell’Asia Minore, insorte nel 499 a.C. contro il suo dominio e penetrare in territorio persiano fino a conquistare Sardi. A rivolta domata, Atene era rimasta agli occhi di Dario il principale ostacolo al disegno di “impero universale” che le conquiste dei suoi avi avevano realizzato unificando in un sol regno tutta l’Asia, e che egli desiderava ormai completare con la conquista dell’Europa.

E tutta ateniese fu la gloria d’aver battuto e volto in fuga il suo poderoso esercito nella piana di Maratona nel 490, una vittoria che dimostrò quanto può l’ardire di “cittadini” combattenti per la libertà della propria patria e delle proprie case contro un esercito di “sudditi” che combattono per un re. A combattere per la libertà dei Greci a Maratona c’era, ancor giovane, il nobile Eschilo, che di questa sua straordinaria esperienza di “maratonomacho”, e non della sua impareggiabile poesia tragica, volle si conservasse memoria nel suo epitaffio.

Quel grido ” Avanti, figli dei Greci, liberate la patria, liberate i figli, le donne, le sedi degli déi del paese, le tombe degli antenati. Ora per tutto questo si combatte! ” che Eschilo mette in bocca agli Ateniesi mentre tentano ancora una volta nelle acque di Salamina l’estrema difesa di una Grecia in gran parte già arresasi al “barbaro” (I Persiani, vv. 402-408), è certo lo stesso grido che aveva risuonato nelle sue orecchie anche dieci anni prima, sui campi di Maratona.

Di fronte all’ansia di vendetta del vecchio Dario ed agli imponenti preparativi militari per mare e per terra del giovane Serse, diversi popoli della Grecia settentrionale (Calcidesi di Tracia, i Macedoni,Tessali, Beoti) avevano fatto nel 480 a.C. atto di sottomissione alla Persia. In ragione di ciò la Lega ellenica costituita da Atene, da Sparta e dalle altre città della Grecia centro-meridionale e delle isole con realismo aveva dovuto organizzare la resistenza per terra solo lungo l’Istmo di Corinto, non potendo fronteggiare che in forma simbolica – come dimostrò il sacrificio di Leonida e dei trecento spartiate alle Termopili – un esercito tanto numeroso senza neppure l’appoggio militare dei greci delle colonie d’Occidente.

Siracusa e Gelone

In Sicilia a quel tempo ormai splendeva l’astro della potete famiglia dei Dinomenidi, appartenente alla più antica aristocrazia di Gela, che alla signoria su questa città aveva da poco aggiunto quella sulla ben più fiorente e rinomata Siracusa. Su Gela, infatti, era rimasto a regnare Ierone quando il fratello Gelone, chiamato a comporre il dissidio civile tra l’aristocrazia siracusana ed il popolo, s’era fatto accettare da entrambi come “monarca”. Investito così di poteri amplissimi, dilatò i confini territoriali dello stato siracusano con conquiste ai danni dei centri indigeni siculi e delle città calcidesi della Sicilia orientale; trasformò il corpo sociale di Siracusa, con trapianti forzosi di popolazione dalla stessa Gela e dalle città di recente conquista; la dotò di un esercito potenziato da molte migliaia di mercenari greci, e soprattutto di una flotta che faceva di Siracusa la maggiore potenza militare dell’Occidente.

Ai Dinomenidi s’era nel frattempo legato con vincoli matrimoniali e d’alleanza militare anche il signore di Agrigento, Terone, che nel 483 aveva a sua volta conquistato Imera. Così Siracusa, Gela e Agrigento ormai rappresentavano il punto di forza dell’ellenismo occidentale.

Racconta Erodoto (VII 157-162) che a Gelone era stata mandata nel 480 un’ambasceria per sollecitare l’aiuto di queste città contro la temuta e ormai prossima invasione persiana della Grecia. Poco verosimili sembrano però i termini della risposta attribuita al potente signore di Siracusa: egli si sarebbe dichiarato pronto ad intervenire con migliaia di soldati, mercenari, navi e viveri per tutta la durata della guerra, ma a condizione di essere investito del comando supremo come “il condottiero dei greci contro il barbaro”; alla replica degli ambasciatori risentiti che né gli Spartani avrebbero rinunciato al comando supremo né gli Ateniesi alla guida della flotta, Gelone avrebbe concluso sprezzante: “Mi sembra che voi abbiate i comandanti, ma non avrete gente che possa essere comandata E allora, poiché volete tutto senza cedere in nulla, è tempo che ve ne torniate ed annunziate alla Grecia che le è stata tolta dall’anno la primavera”.

Gelone disponeva realmente di uomini, mezzi e risorse per affrontare un lungo impegno bellico, perché si preparava a sostenerlo in Sicilia contro i Cartaginesi, ai quali, da tempo presenti nella cuspide occidentale dell’isola con proprie colonie, proprio allora s’erano rivolti per aiuto i centri calcidesi dell’area dello stretto ridotti a mal partito o messi in pericolo dall’espansionismo della potente coalizione dorica. Con la minaccia cartaginese alle porte, è difficile credere che Gelone si fosse lasciato sfiorare dal proposito di intervenire in Grecia. Del resto la sostanziale contemporaneità della guerra cartaginese in Sicilia e della seconda guerra persiana in Grecia emerge, enfatizzata, da una tradizione siciliana che sempre Erodoto riporta, secondo la quale “nello stesso giorno in Sicilia Gelone e Terone vinsero il cartaginese Amilcare e a Salamina i Greci vinsero il Persiano”.

La vittoria ateniese a Salamina

Con tutta probabilità fu quella di Salamina la prima vittoria ad essere conseguita, ed ancora una volta soprattutto ateniese era stato il merito di aver battuto il “barbaro”, il tracotante Serse de I Persiani di Eschilo: nessun popolo della Grecia centro-settentrionale aveva osato oppore resistenza all’armata che avanzava oltre l’Ellesponto e quelli del Peloponneso avevano deciso di far muro sull’istmo di Corinto. Gli Ateniesi soli, aggrappati all’oracolo deifico che li aveva esortati a cercare la salvezza nel “muro di legno” (cioè nella flotta, come interpretarono il responso), schierarono nella piccola baia di Salamina le duecento agili triremi costruite per insistenza di Temistocle coi proventi delle miniere d’argento e con abili manovre distrussero o misero in fuga la nu-merosissima e composita flotta del ‘re dei re” facendo con essa naufragare miseramente la pretesa persiana di aggiogare il Bosforo ed assoggettare l’Europa all’Asia: una gloria che nella rappresentazione drammaturgica di Eschilo come nella successiva relazione storica di Erodoto è frutto del coraggio di restare a combattere una guerra senza speranze, è frutto della saldezza della costituzione, del rispetto delle leggi umane e della volontà degli dei.

La vittoria di Salamina – seguita subito dopo da quelle di Platea – coronava e rendeva irreversibile il processo di rinnovamento democratico dello stato ateniese, avviato trent’anni prima con la cacciata del tiranno Ippia e con la riforma costituzionale di Clistene, ed ancorava all’intraprendenza politica ed economica ateniese le speranze di libertà dal “barbaro” e di floridezza di centinaia di città piccole e grandi della Grecia, delle isole e dell’Asia Minore. Si erano così create le condizioni perché Atene, temprata dalla tensione morale che aveva accompagnato e sostenuto queste vittorie, coi suoi poeti, coi suoi artisti, coi suoi oratori e filosofi, con i suoi statisti, diventasse la scuola dell’Ellade.

Le vittorie siracusane di Imera e di Cuma e l’esaltazione di Ierone nella poesia contemporanea

Meno forte, ma sul terreno della propaganda non meno sfruttato in tal senso, fu il significato panellenico della vittoria “sul barbaro” conseguita da Gelone ad Imera, dove la flotta cartaginese fu incendiata, l’intero esercito punito, privato della via di fuga, fu ridotto in schiavitù, l’enorme bottino fu utilizzato per far risplendere le città vincitrici di nuovi, maestosi templi e di offerte votive agli dei. A Delfi si legge ancora la dedica apposta sui doni: “Gelone figlio di Dinomene, di Siracusa, ha dedicato ad Apollo il tripode e la Nike, opera di Bione figlio di Diodoro, di Mileto”.

Il valore epocale ed il significato “panellenico” della vittoria di Imera furono consolidati e cristallizzati nella propaganda dinomenide dalla vittoria che nel 474 riportò sugli Etruschi nelle acque di Cuma Ierone, che era succeduto al fratello Gelone nella signoria di Siracusa appena due anni dopo Imera (478). Accogliendo la richiesta d’aiuto dei Cumani, Ierone fu pronto a farsi campione dell’indipendenza e della libertà di navigazione nel basso Tirreno delle colonie della Magna Grecia e della Sicilia, infliggendo una sconfitta irreversibile ad un popolo che coi Cartaginesi aveva fino ad allora detenuto il controllo della navigazione nel Mediterraneo occidentale, e dunque rinnovava nel mondo greco ed eguagliava la gloria di Gelone.

I grandi santuari panellenici e i più grandi poeti contemporanei divennero i migliori banditori della fama di Ierone e della potenza militare di Siracusa: ad Olimpia un elmo di bronzo, dedicato con altro bottino ricavato dalla battaglia navale, reca questa epigrafe “Ierone figlio di Dinomene e i Si-racusani (hanno offerto) a Zeus le spoglie degli Etruschi da Cuma”; ma Olimpia fu anche teatro di sue vittorie nelle olimpiadi del 476 a.C. con un cavallo ed in quella del 468 a.C. con le quadrighe: solo quest’ultima fu cantata da Bacchilide nel III Epinicio; la precedente come le altre vittorie conseguite in vari anni a Delfi nei giochi tipici e in altre gare panelleniche erano state tutte cantate da Pindaro nelle prime tre Piriche, che all’ “assennato re di Siracusa” non lesina le lodi per la virtù guerriera dimostrata a Imera e a Cuma, espressamente paragonate a Salamina e Platea; ma lo elogia anche per la sagacia di governante, che assicura pace e libertà al suo popolo, e che sa prodigarsi in difesa degli amici, come i Locresi, mettendoli al riparo dalle mire espansionistiche della vicina Reggio con ciò meritandosi l’eterna gratitudine delle vergini locresi, risparmiate dal voto di “sacra prostituzione” fatto per la salvezza della patria.

Non meno Pindaro loda Ierone per la fondazione della città di Etna, data da governare al figlio Dinomene: “Per lui fondò quella città Ierone / su basi divine di libertà / secondo le leggi della norma di Illo” (Pirica I, vv. 61-63).

E la preghiera del poeta agli dei chiede che come discendenti degli Eraclidi governanti e governati della nuova città vogliano perseverare nelle leggi dei Dori. Difficilmente si sarà espresso in termini analoghi l’ateniese Eschilo, che nelle Dionisie del 470 a.C. mise in scena la tragedia intitolata Aitna, purtroppo non per¬venuta. Di questa tarda vicenda coloniale siciliana certo il tragediografo coglieva il risvolto umano drammatico della sofferenza dei Catanei, espulsi a viva forza dai loro focolari e trasferiti nella vicina Leontini, costretti a vivere esuli dalla loro patria, pur se fra gente della stessa stirpe ionica, per lasciare la loro bella città sulle falde del monte Etna alle migliaia di mercenari del Peloponneso che il “tiranno” vi volle insediare come nuovi cittadini. Di fronte all’esaltazione interessata dei poeti di corte, volle forse Eschilo dimostrare che anche la medaglia della gloria e della potenza ha il suo rovescio di soffe-renza e di dominio?

La tradizione successiva scavò un solco tra il buon “re” Gelone ed il “tiranno” Ierone, caricando di valenze negative il potere da quest’ultimo esercitato fuori dalle norme costituzionali della polis siracusana, tra diffidenze e durezze; ma per i contemporanei Ierone aveva rappresentato la continuità politica, diplomatica e militare della signoria di Gelone, e nei dieci anni del suo governo Siracusa completò il suo sviluppo sul piano urbanistico ed artistico e visse una stagione culturale di primissimo piano. Neppure Eschilo si sottrasse al desiderio di conoscerla da vicino, e proprio in Sicilia, a Gela, lo colse la morte nel 456/5. a.C.


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