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New York, 5 aprile 2024 - FMG all'Istituto Italiano di Cultura

La Fondazione Magna Grecia ha presentato all’Istituto Italiano di Cultura di New York il rapporto “La mafia nell’era digitale”.

Nella seconda giornata newyorkese che ha visto protagonista la Fondazione Magna Grecia, si è svolta nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura una conferenza stampa di presentazione del rapporto “La mafia nell’era digitale”, a cura di Marcello Ravveduto, professore di Public and digital history all’Università di Salerno e di Modena-Reggio Emilia.

Questa ricerca è stata elaborata nei mesi scorsi dalla stessa Fondazione Magna Grecia e si è posta l’obiettivo di definire i contorni e i contenuti delle modalità con cui le mafie oggi vengono raccontate e comunicano nel mondo digitale. In particolare, lo studio ha analizzato più di 50 profili Facebook, 30 Instagram, 1.500 video tra YouTube e TikTok e due milioni e mezzo di Tweet, raccontando l’utilizzo diffuso e capillare che fanno oggi le mafie degli strumenti digitali per favorire la loro attività.

L’evento, che è stato moderato dal vice direttore del TG2, Fabrizio Frullani, è stato aperto dal Presidente della FMG, Nino Foti che ha evidenziato che “attraverso i social media la criminalità organizzata crea un mondo parallelo che manda messaggi a coloro che si trovano nelle periferie e che vengono attratti da un linguaggio universale, con la creazione di disvalori che si contrappongono ai valori. Noi puntiamo ad un capitale sociale e umano per preparare i giovani affinché abbiano consapevolezza nell’utilizzo dei social per distinguere bene e male e riscoperire le loro radici in contrapposizione ai social”.

Antonio Nicaso, esperto di criminalità organizzata al Queen’s College in Canada, ha aggiunto che “le mafie sono il prodotto delle classi dirigenti. Se pensiamo alla mafia pensiamo a omertà e un codice silenzioso, ma in realtà non è così perché essa dispone di strumenti comunicativi importanti, entrando ad esempio in contatto con i dissidenti politici e carbonari, generando ubbidienza e non silenzio. I mafiosi, quindi, sono abili comunicatori e hanno sempre avuto un gergo anche solo con il loro incedere, il loro camminamento spavaldo che comunica lo status sociale del mafioso. Con questo rapporto si comprende la reale evoluzione della criminalità organizzata, perché oggi si comunica attraverso i social media. Tik tok è una sorta di reality show, dove ci sono le nuove forme di estetica del potere e della ricchezza ed il messaggio subliminale che passa è ‘io ce l’ho fatta attraverso attività illecite’. Di fronte a una nuova realtà che si afferma senza violenza fisica, le forze di polizia cercano di capire il nuovo contesto e il linguaggio con cui le organizzazioni criminali si muovono”.

Nicola Gratteri, Procuratore Generale del Tribunale di Napoli, nel prendere la parola, ha evidenziato che “I mafiosi adesso hanno abbandonato Facebook e sono invece presenti in modo sistematico su Tik tok. Si fanno vedere ricchi e luccicanti per arruolare i poveri come garzoni. È un grande inganno ed i cantanti neomelodici rappresentano una attrazione in favore della camorra. I rapper si fanno vedere con mitra e pistole o, ascoltando il contenuto delle loro canzoni, ci sono inni alle droghe, alla violenza e alle mafie. Questo fenomeno va studiato e contrastato, non solo dal punto di vista giudiziario, ma anche culturale e sociale. Le nuove generazioni di stampo mafioso stanno attente e sanno farsi capire dagli addetti ai lavori e le multinazionali preferiscono l’interesse economico all’educazione e alla sicurezza delle nuove generazioni”.

Il giudice Gratteri ha poi aggiunto: “La Polizia giudiziaria italiana aveva un know how superiori a tutti, ma oggi questa supremazia non c’è più e la politica deve effettuare più investimenti per lo sviluppo della tecnologia per arginare queste nuove forme di criminalità organizzata”.

La conferenza è stata conclusa dall’intervento di Arthur J. Gajarsa, giudice di circoscrizione della Corte d’Appello del Circuito Federale degli Stati Uniti (R.E.T.), che si è focalizzato sui dati, definendoli “l’anima del commercio.  La criminalità organizzata cerca di estrarli e rubarli, utilizzando tutti gli aspetti a loro disposizione, ed in particolare le cripto valute. Dobbiamo tener presente che l’utilizzo di queste risorse a scopo illegale è molto difficile da sostenere e ci sono molti limiti giuridici che ci impediscono di agire”.

Il giudice Gajarsa ha, infine, sottolineato: “La Fondazione Magna Grecia, con questo rapporto, ha realizzato un lavoro importante perché ha capito quanto fosse importante sensibilizzare anche a livello politico e legislativo su questo tema. Servono nuove leggi per chi svolge questo lavoro per minare alla base la criminalità organizzata. Le piattaforme devono essere controllate con linee molto più rigide che attualmente non esistono e bisogna predisporre strumenti per combattere questa guerra e non avere il collasso del sistema che si deve basare sulla libertà”.

Rassegna stampa

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