Mezzogiorno: futuro dei giovani e nuove opportunità. Presentato a Roma, presso il Palaopinione, il convegno e il sondaggio promosso dall’AIMG

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Mezzogiorno: futuro dei giovani e nuove opportunità. Presentato a Roma, presso il Palaopinione, il convegno e il sondaggio promosso dall’AIMG
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Di fronte alle sfide del nuovo millennio, di fronte ai nuovi scenari della globalizzazione, in un’economia sempre più planetaria, quale può essere il futuro dei giovani del Mezzogiorno? Un esercito di senza lavoro, alla disperata ricerca di una prima occupazione; non più analfabeti, come nei primi decenni del secolo, ma in possesso di diploma o di laurea: non più disposti, come i loro nonni o bisnonni, a fare le valige o a tentare l’avventura dell’emigrazione; essi attendono di entrare nel mondo della produzione ed intanto sono costretti a subire la mortificazione dei lavori socialmente utili o ad accettare situazioni precarie o, peggio ancora, a subire il ricatto del lavoro in nero.

Per discutere di tutto questo, [’Associazione Internazionale Magna Grecia ha chiamato, attorno ad un tavolo, alla stazione di Vigna Clara, a Roma (una struttura mai entrata in funzione) politici, economisti ed esponenti delle forse sociali ed imprenditoriali.

Il confronto a più voci, coordinato con grande equilibrio, dal giornalista Nuccio Fava, vecchio amico di Magna Grecia ed anche lui “figlio” della Magna Grecia, si è protratto per molte ore, proponendo analisi e indicazioni di grande interesse. Raccogliendo le sollecitazioni pervenuteci da più parti, offriamo di seguito una sintesi dei molti interventi per una più larga valutazione delle diagnosi e delle terapie proposte.

INTERVENTI

Nino Foti,  Presidente dell’Associazione Internazionale Magna Grecia

La nostra Associazione, si pone l’obiettivo di tenere vivo, promuovere ed approfondire il patrimonio culturale della Magna Grecia, che è stato alla base della civiltà occidentale, facendo prendere coscienza ai meridionali in Italia e agli oriundi italiani all’estero che il depresso Mezzogiorno di oggi è stato ieri la culla di tutta la civiltà occidentale.

Il recupero di questa grande civiltà è stato da noi considerato come elemento essenziale per poter meglio disegnare il futuro del Mezzogiorno; senza un serio approfondimento culturale, infatti, non può esservi un vero ed autentico sviluppo sociale ed economico; senza un’elevazione culturale non si può essere protagonisti del proprio sviluppo, al massimo se ne può essere beneficiari. E’ la cultura l’anima di una società ed è proprio essa che segue il passaggio da oggetto passivo a soggetto attivo del proprio futuro.

L’Associazione ha quindi inteso alimentare la memoria della terra d’origine soprattutto presso gli emigrati italiani in tutto il mondo, in gran parte provenienti dal Mezzogiorno, contribuendo ad aiutarli a ritrovare le loro radici spirituali, a ricrearsi una più autentica identità culturale. Il ritorno alle radici culturali deve costituire uno stimolo ed un’ispirazione per far fermentare e migliorare il mondo in cui ciascuno di essi vive, cioè nuova terra d’adozione. . Se ciò è vero per i giovani italiani d’oltre oceano, altrettanto riteniamo debba esserlo per i nostri giovani del Mezzogiorno di oggi. E’ per questo che abbiamo organizzato questo incontro: verificare se la cultura possa essere elemento fondamentale di sviluppo economico.

A questo proposito voglio solo attirare l’attenzione su alcuni temi che mi sembrano particolarmente significativi e penso possano essere ripresi nel dibattito. La ricerca del posto di lavoro costituisce l’emergenza fondamentale per la totalità dei cittadini del Mezzogiorno, o perchè essi sono coinvolti personalmente o perchè il problema interessa direttamente i membri della propria famiglia. Il tasso medio di disoccupazione, infatti, raggiunge nel Sud, il 22 %.

E’ in cerca di occupazione quasi la meta di giovani con meno di 30 anni di età, ce lo ricorda il Governatore della Banca d’Italia Fazio. Nel Mezzogiorno vive 11° 36% della popolazione italiana, il reddito pro capite è del 45% più basso rispetto al resto del Paese, se fosse più facile trovare lavoro, nel Sud ci sarebbe meno sottomissione dell’uomo debole all’uomo forte, meno dipendenza, meno prostituzione morale; in una parola, più libertà.

Non dimentichiamolo: soprattutto nel Sud, oggi, la difficoltà nella ricerca del lavoro e la rarefazione delle virtù civiche, sono due fenomeni direttamente correlati. E senza libertà, lo sappiamo tutti, non esiste ne’ moralità ne’ democrazia.

E’ stato calcolato dall’ISTAT che nel Centro-Nord sono stati creati nel 1999 circa 256 mila posti di Lavoro. Nel Sud, invece, secondo l’ultimo Bollettino Congiunturale della Banca d’Italia, rispetto ai 12 mesi precedenti, si è registrato un ulteriore calo: si tratta di ben 62 mila persone occupate in meno. Il divario tra Nord e Sud, invece di attenuarsi, si accresce. Parallelamente all’emergenza lavoro, esiste un’altra gravissima disfunzione: grande sfiducia nello Stato e nelle sue istituzioni, soprattutto quelle che perifericamente lo rappresentano per la soluzione dei problemi più urgenti che interessano la collettività.

Un’altra scottante problematica con le sue implicazioni riguarda la politica. Non solo la militanza politica attiva, a base volontaristica, sta quasi scomparendo, ma esiste anche un altro pericoloso fenomeno che causa una crescente disaffezione alla politica e che da‘ luogo al fenomeno dell’amorfismo politico, infatti, quasi i due terzi dei cittadini del Mezzogiorno non riescono più a trovare nessuna compagine politica con cui identificarsi, neanche per quanto riguarda la soluzione dei più grandi problemi.

Se poi si aggiunge la crisi di rappresentanza dei sindacati, il fenomeno si aggrava ulteriormente: quasi l’80% dei cittadini del Sud, infatti, non si ritiene più rappresentato ai sindacati per la difesa dei propri interessi economici e professionali. Da tutto questo consegue una grande sfiducia nella realizzazione di veri cambiamenti, di grandi trasformazioni, di cui, per altro, si scorge fortemente la necessità.

E spegnendosi la prospettiva di un domani migliore, subentra la delusione e muore anche ogni idealità. Se quanto detto concerne i cittadini del Sud in generale, l’atteggiamento dei giovani sembrerebbe addirittura catastrofico, secondo i risultati di un sondaggio svolto dall’IRESME (Istituto di Ricerche Economiche e Sociali sul Mezzogiorno Europeo), fra i giovani del Sud, compresi fra i 18 e i 28 anni. E’ la prima (e finora unica) indicazione che si ha sugli atteggiamenti dei giovani delle Regioni del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna).

E’ stato eseguito su un campione stratificato avente come variabile il numero di abitanti dei Comuni. I dati del sondaggio si riferiscono al 6 ottobre 1999.

Questi i risultati del sondaggio:

Ci limitiamo solo a qualche parola di commento, il più oggettivo possibile.
La sfiducia nei partiti (non condivisione degli ideali fondamentali e non rappresentatività) aumenta proporzionalmente al numero degli abitanti dei Comuni. Cioè man mano che cresce il numero degli abitanti di un Comune, diminuisce la fiducia dei giovani nei partiti: il fenomeno “inurbamento” gioca un decisivo ruolo negativo.

Pur essendo più grave la crisi di rappresentatività dei Sindacati, si ha una situazione inversa rispetto alla variabile “numero di abitanti del Comune”: l’inurbamento è correlativo di maggiore rappresentatività sindacale.

Il domani di una società si fonda sui giovani. Se i giovani, come sembrerebbe, non sono animati dalla speranza, si dovrebbe dire che quella società è già morta. Noi, tuttavia, confidiamo al di là di ogni previsione statistica e continueremo a fare affidamento ai giovani.

I mercati del Sud Italia, devono puntare sul bacino del Mediterraneo, con circa 300 milioni di potenziali consumatori Questa è una vocazione da intensificare e sviluppare. Il Mezzogiorno può essere in posizione complementare rispetto all’economia degli altri paesi mediterranei e può occupare, rispetto a questi, un gradino più alto nella divisione internazionale del lavoro, in particolare, nella qualità della forza del lavoro, nel grado di civiltà e nella dotazione di infrastrutture di base.

La capacità delle piccole imprese del Sud, soprattutto quelle artigiane ed agricole, di creare legami con soggetti esterni può facilitare il raggiungimento della loro dimensione internazionale attraverso esperienze di cooperazione con i paesi vicini. Un secondo sbocco dei mercati del Sud si può e si deve ricercare fra gli italiani d’origine, che sono sparsi in tutto il mondo e che sono circa 58 milioni.

La diaspora italiana è ritornata d’attualità con l’appena conclusa Convention Mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero, 62 Camere dislocate in 38 Paesi, 30.000 associati e 250.000 contatti di business: Una presenza che ha contribuito fortemente all’affermazione del made in Italy e ad una profonda trasformazione della percezione del nostro Paese da parte del resto del mondo. Cittadini di origine italiana residenti all’estero ricoprono importanti ruoli politici e istituzionali a livello locale e nazionale nelle realtà in cui si sono integrati in maniera costruttiva e rappresentano un potenziale di mercato enorme proprio per le imprese del Sud perché dal Sud sono emigrate masse di italiani che conservano ancora non solo molti valori culturali in comune con noi, ma anche molti gusti culinari e non poche esperienze ed affinità.

L’italianità costituisce un potente richiamo, un’eccellente opportunita‘ che spinge a creare o a consolidare relazioni economiche. Lo abbiamo verificato con le nostre esperienze dirette, attraverso gli incontri già realizzati a New York nel 1997, a Toronto nel 1998 e a Buenos Aires nel 1999.

Siamo certi quindi che questo incontro possa anche analizzare l’insieme di queste opportunità per un valido contributo al complesso dibattito sulla materia.

Il Ruolo dell’Unione Europea (Agenda 2000)

Da oggi al 2006, i nuovi programmi dell’UE. per lo sviluppo del Sud, grazie a nuovi investimenti infrastrutturali potranno produrre positivi effetti avvicinando il Sud al resto del paese. Vi sarà, quindi, un largo utilizzo delle risorse economiche, Comunitarie e Nazionali, nelle aree del Mezzogiorno. Questa sarà, però, l’ultima opportunità per le Regioni del cosiddetto obiettivo 1. L’allargamento ad est dell’Unione Europea, infatti, avrà effetti rilevanti nel futuro prossimo perché farà ridurre naturalmente le risorse a disposizione delle aree depresse già presenti nell’UE. Per ottenere maggiore coesione sociale con i nuovi Paesi. Ci auguriamo, quindi, che nei prossimi 6 anni, questi investimenti vadano nella giusta direzione.

 

Nuccio Fava – Giornalista

lo dico che il mio compito già semplice è ancora di più facilitato da questa introduzione efficace e sintetica di Nino Foti. Andiamo subito al merito dei problemi tentando solo di riassumere i filoni su cui, secondo me, proprio per cogliere e valorizzare l’introduzione di Foti, andrebbe, con la massima libertà poi di ciascuno, in qualche modo focalizzato il dibattito. Ovviamente non c’è nessuna utilità a ripetere il solito “piagnisteo” che in genere viene fatto sul Mezzogiorno.

La drammaticità della situazione del Mezzogiorno, lo ricordava bene Foti, come è « stato autorevolmente sottolineato dal Governatore Fazio a Napoli, all’apertura della Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, è problema nazionale ed è problema europeo. Non ci si può illudere che il futuro della società italiana, della sua modernizzazione e del suo ruolo nella società globale, possa essere qualificato e efficiente, avendo, il Mezzogiorno come palla al piede della nostra società italiana.

Il Mezzogiorno deve diventare, in termini di costruzione dell’Europa, una grande opportunità per tutti. In questo momento è importante il richiamo alle radici perché, diceva prima Nino Foti, oggi c’è un deficit di ispirazione politica che è anche ispirazione culturale, in un’Europa che comprensibilmente è impegnata a favore dell’est europeo per le tragedie che si stanno là consumando.

L’Europa, con la sua tradizione umanistica, con le sue radici “Mediterranee”, con la sua grande tradizione cristiana, (siamo alle soglie del grande Giubileo, che non è un fatto commemorativo), deve avere, in termini di modernizzazione e scelte politiche, compresa la partecipazione democratica e civile, una visione complessiva del Mezzogiorno. Altrimenti perdiamo, in qualche modo, l’ultima occasione e continuiamo a stare ai margini di tutto, con danno dell’Italia e dell’Europa.

Io credo che il contributo, che ciascuno vorrà autorevolmente dare, non può prescindere da questa visione d’insieme, perchè sennò‘, diventa difficile pensare ad uno sviluppo del Mezzogiorno e al problema delle nuove generazioni in termini stessi di capacità di farsi capire da questi giovani.

Pensate alla vergogna del collegamento Salerno-Reggio Calabria, pensate che cos’è il dibattito infinito e inconcludente sull’attraversamento “stabile”, come si dice, dello stretto di Messina. L‘Europa e l’Italia non possono prescindere dal porsi il tema di un grande percorso infrastrutturale complessivo che colleghi da Napoli in giù l’Italia al Mediterraneo e all’Africa. Non ci può essere uno sviluppo che prescinda da una responsabilità politica ed economica, in senso moderno, su questa grande strozzatura strutturale che è il Mezzogiorno.

Una volta individuata anche la politica complessiva, perchè la politica non si può dimettere, occorrono interventi coerenti a favore di nuove iniziative imprenditoriali, anche giovanili per l’auto-sviluppo del Mezzogiorno, con prospettive di lavoro e di formazione professionale.

Sarebbe tragedia ulteriore se masse di giovani partissero da Reggio Calabria o da Crotone o da Ragusa e andassero ad intasare e a ripercorrere quella importante ma anche tragica vicenda dell’emigrazione biblica degli anni “50 e della ricostruzione d’ltalia. Io mi fermo qua perchè, sentite, come Meridionale, sono fin troppo appassionato, ma volevo solo fare delle sottolineature rispetto all’introduzione di Nino Foti, per richiamare la dimensione nazionale ed europea del tema di questo nostro incontro.

 

On. Irene Pivetti, Componente Commissione Trasporti della Camera dei Deputati

Io penso che al tema di questa mattina alcune risposte vadano date, alle provocazioni che il tema comporta le risposte vanno date.

Osservando il Mezzogiorno dal punto di vista del giovane ci troviamo di fronte a dati sconcertanti di carattere quantitativo che ci dicono, con la crudezza della statistica che, mentre il tasso di disoccupazione nazionale è del 11%, nel meridione è del 23%, il doppio.

Sappiamo che le cause di esclusione sociale vedono nel meridione una loro maggiore concentrazione, un loro aggravarsi e non si tratta quindi soltanto di considerare l’ingrediente disoccupazione ma tutte le altre forme di marginalità che si accompagnano o si sovrappongono al fenomeno della disoccupazione.

Altro punto di riflessione per noi sono tutte quelle condizioni che vedono il mezzogiorno d’Italia situato in un contesto non solo di confronto tra il nord e il sud dell’Italia, ma anche europeo se non addirittura mondiale, in nome della globalizzazione non soltanto dell’economia ma della tecnologia, cultura ect., cioè di tutti gli ingredienti che concorrono a determinare lo sviluppo di un territorio qualunque.

Questo vale per tutte le attività di carattere produttivo dei beni materiali e soprattutto virtuali. Per esempio, la maggior parte dell’informatica del mondo viene trattata e gestita da un paese sottosviluppato e povero come l’India. Allora il termine di competizione che dobbiamo tenere presente quando ragioniamo di meridione è questo elemento del confronto mondiale, il che implica da un lato lo sviluppo della concorrenza, ma perchè la concorrenza sia elemento positivo bisogna individuare e avere i mezzi adatti per fronteggiarla.

Studi sociologici americani, analisi avanzate rilevano la sostanziale non utilità di passaggio tra la fase industriale e posti industriale perle zone in via di sviluppo del mondo, come alcune parti delle nostre regioni del meridione.

Allora, tenendo conto del confronto con la globalizzazione, significa che non devo sviluppare un tessuto industriale dove non c’è, dal momento che non sarei competitivo su quel piano, ma devo tentare di passare direttamente alla fase successiva. Vista in quest’ottica, la globalizzazione può diventare una risorsa, in termini di nuove tecnologie, se affrontata con questo spirito, cioè senza nostalgie per la fase industriale che è mancata.

Il secondo dato di fatto che è una importante risorsa per il meridione, è quello demografico. Noi sappiamo di essere un paese a crescita zero, con un dato di natalità fra i più bassi di Europa. Sappiamo però anche che il meridione non ha le stesse caratteristiche demografiche del nord, il sud cioè ha una natalità positiva e questo significa un minore invecchiamento della popolazione, una minore età media e maggiore stimolo quindi ad alcuni fattori positivi dello sviluppo.

Uno è l’accumulazione del risparmio, l’invecchiamento della popolazione porta a una caduta del risparmio e invece noi sappiamo quanto la propensione al risparmio sia da volano per qualunque tipo di processo produttivo; secondo l’invecchiamento della popolazione porta un forte spostamento dell’attività economica e produttiva dalla produzione dei beni alla produzione dei servizi. Il dato demografico rappresenta allora una grossa risorsa del mezzogiorno, quegli stessi giovani che sono disoccupati, nel momento in cui si creassero nuove condizioni per un migliore inserimento al mondo del lavoro, diventano la spinta propulsiva che può proiettare il sud con maggiore competitività, rispetto al nord, sullo scenario internazionale di sviluppo economico.

Il terzo dato è che si deve richiamare alla responsabilità il governo, sia questo che quelli che seguiranno, di assumere il problema dello sviluppo del mezzogiorno nell’ambito del tema fondamentale che è quello della fiscalità e degli oneri connessi che determinano il costo del lavoro. Non si possono immaginare grandi scenari di sviluppo tecnologico e produttivo se non si parte da questo punto che è l’alleggerimento della pressione fiscale, anche in forma geograficamente selettiva per consentire di liberare risorse che devono essere reinvestite. Allora bisogna con misura adoperare la leva fiscale e questo è un dato acquisito anche dagli economisti.

Sono questi i tre punti su cui io faccio più leva: valorizzazione delle risorse tecnologiche, valorizzazione della risorsa demografica e valorizzazione del rapporto tra pubblico e privato. Sono grandi linee che vanno riempite di passi concreti e, se ci fosse una priorità da seguire, sicuramente quella della fiscalità avrebbe la precedenza.

 

On. Nicola Bono Presidente del Comitato Parlamentare per la Programmazione e il riequilibrio Economico- Territoriale

Il mio contributo di stamattina è frutto di un indagine conoscitiva che il comitato da me presieduto ha condotto per oltre un anno, per capire perchè è fallita, finora, qualunque strategia volta al riequilibrio delle aree depresse del paese.

Sono decenni che si alimenta una letteratura che guarda sempre al futuro. Il problema del passato si rimuove, si cerca di puntare al futuro individuando e inventando sempre nuovi scenari e nuovi strumenti. Diceva Saraceno: che quando non si sa cosa fare per il sud s’inventa una finanziaria. Il punto fondamentale è che nessuno cerca di capire che cosa è accaduto.

Nella relazione di minoranza che ho presentato, per Alleanza Nazionale, per la finanziaria dell’anno scorso, cito un dato che è, di per se, agghiacciante: per l’intervento straordinario iniziato nel 1951 ed esauritosi nel 1992, in 41 anni, per il Mezzogiorno, lo Stato ha stanziato, a lire rivalutate al 1992, 386 mila miliardi, che sarebbero una cifra enorme, se non si pensasse che diluita in 41 anni corrisponde allo 0,76% del prodotto interno lordo.

Lo Stato Italiano per l’intervento straordinario del mezzogiorno ha speso meno di quanto non abbia speso, in ragione delle politiche di cooperazione, esempio in Etiopia, Eritrea e Africa Australe.

Non solo ma l’intervento straordinario per il mezzogiorno non è stato integrativo ma sostitutivo dell’intervento ordinario, e così mancano strade, impianti elettrici, porti e aeroporti: fatto cento l’indice generale dell’Italia, il meridione ha 77, contro il 118,2 del nord.

Per il Sud normalmente l’apparato politico si purga la coscienza quando, in una finanziaria qualunque, stanzia una cifra X per incentivi e sovvenzioni, poi non si sa e non ci si chiede se quegli incentivi siano andati a buon fine e se abbiano prodotto realmente nuove occasioni di sviluppo.

In questo senso il comitato che ho l’onore di presiedere, ha dato alcune risposte definitive e chiare. In particolare ha constatato che non esiste nessuna possibilità d’intervento per il riequilibrio territoriale senza intervenire sulle politiche di contesto, che devono armonizzare un intero sistema, perchè se non c’è una politica per l’intero paese, non solo per le aree depresse, ad esempio, che riguardi la riduzione della pressione fiscale, il mercato del lavoro in termini di introduzione di norme di flessibilità, la formazione e l’università, non possiamo pensare che con la solo politica degli incentivi si possa riequilibrare alcunché.

Quello che perciò difetta nel nostro paese, non è una politica nelle aree depresse ma e‘ l’assenza di una politica per il paese. Nell’era della globalizzazione il nostro paese è penalizzato della mancanza di strumenti che garantiscano la competitività delle nostre aziende rispetto a quelle concorrenti.

In rapporto al problema del Mezzogiorno, si deve constatare il fallimento degli strumenti di interventi, sia per l’assenza di una politica di contesto sia perchè si è puntato solo sulla politica degli incentivi.
Tutti oggi parlano della 488, ma nessuno dice che è diventata un vero e proprio flop, perchè rispetto alla sua capacità oggettiva d’incidenza, non ci sono le coperture finanziarie per farla realmente diventare uno strumento al servizio del rilancio imprenditoriale. Infatti, il primo bando della 488, pubblicato nel novembre 1996 ha esaurito il 90% delle domande, ma nessuno dice che è entrata in vigore dopo quattro anni dalla suo varo e con la dotazione di quattro anni di stanziamenti. L’anno dopo, infatti, nel 1997, la 488 ha coperto il 56% delle domande. Il terzo bando presentato nell’agosto del 1998 ha coperto soltanto il 27% delle domande. Il quarto e ultimo bando, a fronte di 4850 domande per un totale di 11 mila miliardi di risorse, ha visto l’erogazione di 3700 miliardi pari appena al 50%.

Il governo a fronte di una 488 che non viene finanziata adeguatamente, decide di estendere i poteri e interventi della 488 anche al turismo. Sapete quale è la situazione del settore turistico? La 488 ha registrato 4575 domande per la costruzione di alberghi e ostelli pari a 20mila miliardi di investimenti con una richiesta di 6000 miliardi di agevolazione: ma la disponibilità, nel 1999, della 488 è di 650 miliardi, quindi sarà possibile coprire a stento il 10% delle domande, il resto andrà agli anni successivi.

L’altro flop è quello dei patti territoriali e dei contratti d’area, strumenti della programmazione negoziata, su cui sono stanziati 400 miliardi. Dopo 5 anni, apprendiamo che sono state finanziate meno del 4% delle domande.

Così come c’è un sostanziale fallimento dello strumento Sviluppo Italia, la cui vicenda è scandalosa. E’ stato costruito un carrozzone mentre doveva essere una holding leggera, cioè una struttura che, dall’esempio per l’agenzia per il Galles, Irlanda e Scozia, riuscisse ad attrarre capitali di investimento verso il mezzogiorno. Invece è stata fatta una operazione che è al servizio di quanti lavorano negli sciolti enti del Mezzogiorno. E’ stata realizzata una struttura finanziaria che, alla fine, ha dato luogo a un meccanismo perverso che ripercorre i meccanismi usurati della Prima Repubblica.

Fino a quando in Italia avremo una concezione della gestione della politica economica conservatrice e finalizzata alla tutela degli interessi corporativi, con un governo succube del condizionamento del sindacato, fino a quando cioè noi avremo una condizione di sostanziale blocco della situazione, avremo una crescita del Pil minore della metà rispetto alla media dell’unione europea e un terzo rispetto a quella americana, avremo quindi una crescita frenata.

E’ giusta l’espressione, di Spalanzani, che l’economia italiana è come una macchina che cammina con il freno a mano tirato. L’immagine è corretta: noi abbiamo un freno a mano tirato perchè la problematica nelle aree depresse non può essere svincolata dalla problematica nazionale ed è illusorio, se non folle, pensare che un pacchetto di agevolazioni e sovvenzioni per gli investimenti nel mezzogiorno possono coprire l’handicap della pressione tributaria e contributiva, della lentezza pubblica amministrativa e di una serie di diseconomie che affliggono il sud e che non possono essere riequilibrare attraverso le sovvenzioni. L’intero paese viene tenuto fermo e chi paga il prezzo più alto sono le aree depresse.

 

On. Santori Commissione lavoro pubblico e privato

Per Santori, attuando politiche attive che potenzino i settori dell’agricoltura, del turismo e dell’artigianato si può realizzare gran parte dello sviluppo e dell’occupazione nel nostro paese e in particolare nel Mezzogiorno.

Per affrontare seriamente il problema dell’occupazione per i giovani del mezzogiorno si devono considerare le necessità di questi tre settori, che definiamo naturali di sviluppo, che sono in grado di risolvere gran parte del problema, evitando anche ai giovani di recarsi al nord a cercare il lavoro, invece di sfruttare le tante possibilità di sviluppo della loro terra.

Parlando dei prepensionamenti che assorbono oltre 5000 mila miliardi l’anno, incidendo molto nella gestione dell’Inps, Santori ha osservato che essi, tuttavia, non riguardano però i settori dell’agricoltura, del turismo e dell’artigianato, ma interessano la grande industria, le aziende medie o grandi.

Per Santori, questa politica non ha risolto i problemi, neppure quelli occupazionali, ma ha fatto crescere Il lavoro nero e sommerso.

Altro tema quello dell’evasione contributiva: sono 80 mila le aziende che hanno una pendenza nei confronti dell’Inps perchè hanno evaso la contribuzione, perchè se l’avessero pagata non avrebbero potuto continuare l’attività: queste aziende, alle quali non si possono chiedere somme astronomiche che per interessi di mora e oneri vari, si rifugiano nel sommerso, preferiscono non pagare e rischiare piuttosto che essere vessate dallo Stato.

Per risolvere il problema occupazionale nel nostro paese e nel Mezzogiorno, a giudizio di Santori, il governo e le forze politiche devono riconsiderare la loro politica, privilegiando le piccole e medie imprese. I settori dell’agricoltura, del turismo e dell’artigianato non hanno avuto, finora, la possibilità di esprimersi concretamente fino in fondo perchè non è stata praticata una politica che permettesse loro di avere grandi opportunità.

Per esempio, con un’adeguata politica agricola il nostro paese potrebbe emergere ed essere protagonista in Europa, recuperando competitività nel confronto con gli altri paesi europei, in particolare del Mediterraneo, non tanto sulle quantità dei prodotti quanto sulla qualità con la quale possiamo vincere grandi sfide.ù

On Antonio Martusciello, Componente Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla Mafia.

Per Martusciello una serie di interventi, con conferenze, convegni e seminari all’interno delle scuole medie e superiori, sono necessari per rendere consapevoli del problema della legalità le giovani generazioni, per determinare quindi, una cultura della legalità che non riguardi soltanto il tema importante della criminalità organizzata, ma anche quello della microcriminalità, perché purtroppo la cultura del lasciar fare è quella che finisce per diventare più pericolosa. Quello della criminalità è un problema enorme e va affrontato dalle radici.

Lo Stato ha il compito di ripristinare la legalità dal primo livello, che è quello dell’intervento culturale, ma successivamente deve anche rendere competitivi gli interventi all’interno di queste regioni perché evidentemente la diseconomia è forte perché bisogna pagare un costo, (pensiamo al pagamento delle tangenti) e poi intervenire sul secondo livello, che strozza l’economia meridionale e che è il sistema creditizio: il costo del danaro, che un operatore economico deve pagare nel Mezzogiorno, è generalmente superiore a quello che qualsiasi altra azienda paga nel nord del nostro paese.

Allora quale deve essere l’intervento che lo Stato deve fare? Io credo che il primo livello debba essere quello di liberare le risorse imprenditoriali, professionali e economiche che devono essere messe in condizioni di operare, nel senso che non devono esserci gli ostacoli spesso insormontabili, per esempio quelli burocratici.

Né si risolve il problema con i patti territoriali o con i contratti d’area che finiscono con l’identificare aree specifiche, diciamo, per tipologia contrattuale e per normativa, ma che finiscono col diventare delle isole all’interno, invece, di territori molto più vasti. Vi faccio un esempio concreto: un imprenditore paga ad un lavoratore, una media di 40mila lire l’ora, una azienda invece, che lavora in una di queste aree, per esempio la Fiat che opera a Melfi, paga lo stesso lavoratore 18mila lire l’ora.

Invece bisogna offrire agli operatori che operano, appunto, all’interno di un territorio vasto come quello del mezzogiorno, le stesse opportunità, creando delle zone franche, delle aree libere d’impresa, secondo il modello sperimentato con successo nel Galles o in Irlanda. Aree cioè, all’interno delle quali gli strumenti contrattuali, normativi, di legislazione, il carico della pressione fiscale hanno sicuramente costituito un elemento che ha favorito gli investimenti. E poi bisogna dare al mezzogiorno un vero e proprio federalismo fiscale, capace di attrarre le risorse riscoprendo le proprie potenzialità.

Il sud, in conclusione ha bisogno di un progetto. che possa valorizzare innanzitutto le due risorse fondamentali del sud, i giovani e la società civile. Soprattutto i giovani, grandi intelligenze del mezzogiorno che sono pronti per una sfida che è competitiva, anche nei nuovi settori, per esempio l’alta tecnologia, sono la grande potenzialità sulla quale bisogna investire per recuperare quel gap che sicuramente oggi penalizza il mezzogiorno rispetto alle altre regioni d’Italia.

Io credo che l’intervento dello Stato debba essere soltanto questo, quello di mettere il Mezzogiorno nella condizione di rispondere alla sfida competitiva globale.

 

Sen. Vincenzo Mungari Componente Commissione Industria

Gli impegni assunti dal governo in materia di occupazione non sono andati al di là di mere enunciazioni.

L’ultimo parto, il patto di Natale, come viene chiamato il patto nazionale del lavoro, è rimasto lettera morta, praticamente si è esaurito in fumose politiche di sussidi che possono essere ascritte a una sorta di misericordia assistenziale o di precariato assistito.

La politica di concertazione portata avanti dal governo Prodi prima e dal governo D’Alema poi, insieme alla grande impresa e ai sindacati confederali, ha mantenuto la rigidità del mercato di lavoro, creando gravi sperequazioni tra chi ha un posto di lavoro e chi è disoccupato o è costretto al lavoro sommerso con l’effetto di aggravare lo stato di disagio sociale.

I recenti dati macroeconomici relativi alla situazione del Mezzogiorno sono veramente allarmanti e sottolineano come il divario economico tra nord e sud in Italia tenda ad aumentare.

Richiamando le conclusioni del rapporto 1999 sull’economia del Mezzogiorno del Ministero del Tesoro, e del rapporto Svimez, il parlamentare calabrese rileva che la situazione del Sud, così drammaticamente connotata, rimane fortemente condizionata da fattori esterni all’economia, come la criminalità organizzata che ha effetti devastanti perché impedisce il formarsi di un tessuto imprenditoriale. Questi effetti si sono ultimamente aggravati a causa dei flussi di immigrazione clandestina, soprattutto lungo le coste, praticamente incustodite, del basso adriatico e dello ionio.

Se si aggiungono all’assenza di infrastrutture una politica del credito particolarmente esosa rispetto a quella praticata al centro nord, la mannaia della leva fiscale, i gravami degli adempimenti amministrativi, le lentezze e l’inefficienza della pubblica amministrazione, si realizza il groviglio di diseconomie esterne che bloccano lo sviluppo delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno.

Adesso c’è l’obiettivo dell’integrazione europea, che presuppone una maggiore coesione economica, sociale e politica del paese nella sua interezza. Obiettivo che non potrà essere raggiunto fino a quando il mezzogiorno non sarà in grado di competere su un mercato ormai aperto, globalizzato, in condizioni di pari dignità con le altre parti d’Italia, per farne un’area privilegiata di attrazione di investimenti produttivi.

La partecipazione delle regioni e degli enti locali alla politica di sviluppo costituisce il volano più efficace per la promozione di uno sviluppo decentrato, proveniente dal basso, in cui gli attori e i fruitori dei meccanismi d’accelerazione degli investimenti finiscono per avere il peso maggiore. Se così è, per far decollare degnamente il sud, bisogna promuovere uno sviluppo economico autosostenuto che produca risorse degne, servizi e conoscenze in sintonia con i bisogni del territorio, valorizzando le piccole e medie imprese, eliminando da subito le bardature, i lacci e lacciuoli che impediscono loro di nascere e svilupparsi, favorendo l’internazionalizzazione dell’economia e accrescere la competitività mediante investimenti in settori tecnologicamente avanzati, sviluppando le risorse umane attraverso la formazione permanente che elevi e diversifichi i livelli professionali, attivando una politica di investimenti pubblici per il ripianamento del pauroso deficit infrastrutturale.

Occorre inoltre il trasferimento dell’attività di promozione e di sviluppo delle aree depresse a società per azioni, operanti nei territori regionali, a prevalente capitale privato, con la partecipazione delle regioni e degli enti locali interessati, con lo scioglimento dell‘attuale inutile costoso carrozzone di Sviluppo Italia e delle sue due società operative Investire Italia e Progetto Italia.

Risolutivo può essere, a giudizio del Sen. Mungari, l’affidamento alle regioni e agli enti locali della redazione di piani socio-economici pluriennali, interessanti i settori primario, secondario e terziario, compreso il turismo che, soprattutto nel mezzogiorno, costituisce l’aspettativa più rilevante per una riqualificazione economica del Mezzogiorno stesso.

Il dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione presso il Ministero del Tesoro del Bilancio e della Programmazione Economica, dovrà svolgere attività di supporto programmatico, di coordinamento e verifica delle azioni di sviluppo predisposte dalle Regioni, mentre va creato un fondo per lo sviluppo delle aree depresse gestito dal Cipe, sulla base di piani predisposti dalle Regioni e alimentato con risorse derivanti da stanziamenti stabiliti da apposite leggi oppure da apposite delibere del Cipe.

 

Amedeo Ottaviani Presidente dell’ENIT

Il primo elemento che ritengo debba essere sottolineato è che il turismo rappresenta per l’Italia una delle maggiori fonti di sviluppo produttivo e occupazionale, con un fatturato che supera i 140.000 miliardi di lire e che ha caratteri propri poiché si riferisce ad un sistema globale di imprese e di servizi non soltanto del cosiddetto terziario ma anche agricoli e industriali.

Questa premessa mi consente di attribuire al turismo una particolare funzione, quella di produrre un effetto non settoriale, cioè su specifiche attività produttive, ma orizzontale e generalizzato. Questo effetto è importante per le economie regionali ed in particolare per il nostro Mezzogiorno che deve sviluppare un sistema economico moderno e dinamico, svincolato dalle tradizionali visioni ancorate prevalentemente alla cultura industriale.

Ebbene il turismo è proprio un volano che genera quel meccanismo globale di sviluppo che è necessario per il Sud, infatti, mette a frutto risorse che sono largamente presenti sul territorio, anzi sono risorse equivalenti a materie prime, uniche e irriproducibili, trattandosi di risorse di cultura, di civiltà, di ambienti che non sono ritrovabili in altre regioni del mondo. Se proiettiamo questa funzione di volano economico, che accelera lo sviluppo di molteplici attività produttive, sul terreno dell’occupazione, anche in questo caso il turismo produce rilevanti effetti diretti con oltre 800.000 addetti a contratto e oltre 700.000 occupati in attività collaterali e nell’indotto.

Ebbene, il turismo estero, alla cui promozione l’ENIT si dedica da 80 anni all’interno del fenomeno globale del turismo in Italia riveste un ruolo straordinario. In effetti, la componente dello sviluppo turistico indotto alla domanda estera, cioè dai consumi degli ospiti stranieri è fondamentale, si tratta di circa il 40% del valore aggiunto di questa attività. Calcoliamo, secondo i dati della Banca d’Italia, che il turismo estero ha superato il livello dei 52.000 miliardi di fatturato nel 1998 e che confermerà questo livello di spese nel 1999.

Questo significa che i 2/3 dell’attività delle imprese turistiche è generato dall’incoming. E questo dato è di grande rilievo poichè conferma che il turismo internazionale è un volano a sua volta primario della valorizzazione economica di tante regioni del paese. Calcolando l’effetto occupazionale, possiamo dire che almeno 700.000 posti di lavoro nel settore sono dovuti appunto alla domanda generata dai flussi esteri.

Ho voluto riassumere brevemente alcuni indicatori turistici più significativi per entrare nel merito dei problemi che il nostro Mezzogiorno potrebbe risolvere se effettuasse precise scelte a favore di questa grande attività.

Noi stiamo affrontando, dopo la lunga e pesante fase di risanamento della finanza pubblica, il problema di avviare un processo intenso di sviluppo economico e occupazionale. Dobbiamo fare, dunque, delle scelte precise di strategia dello sviluppo che riguardano prioritariamente le aree più deboli del Paese. Una scelta politica che privilegi la valorizzazione delle qualità turistiche del territorio, specialmente nel Sud, corrisponde alla convinzione che questa è una strategia che può rapidamente accellerare lo sviluppo. In questi anni l’attività turistica, soprattutto il ciclo molto positivo del turismo estero nel nostro Paese, ha fornito un contributo costante alla crescita del PIL, ma non solo, nel terziario turistico l’occupazione non ha manifestato cedimenti, anzi si è accresciuta. Per cui, mentre sono in atto in Italia e anche nel Sud processi di delocalizzazione industriale, si evidenzia invece una tendenza a favore di un incremento dell’economia turistica che spesso compensa la mancanza di investimenti in altre attività.

Se potessimo coinvolgere nel Sud tutte le risorse, anche attraverso i fondi internazionali e capitali esteri, potremmo dare un impulso positivo all’industria, alle infrastrutture e ai sevizi dell’ospitalità, così da ricavarne nel giro di qualche anno risultati straordinari.

Le indagini dell’ENlT, svolte dai 20 uffici dislocati in Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone, America Latina, e Australia, ci rilevano che il nostro Sud potrebbe attirare una domanda molto più ampia di quell’attuale. Com’è noto, le presenze estere nel Sud rappresentano poco più del 13% di quelle globali e questo è un dato che deve farci riflettere. Il Mezzogiorno è presente sul mercato globale dei viaggi in cui si muovono oltre 600 milioni di persone, soltanto con alcuni prodotti forti che sono, il prodotto balneare, culturale e termale.

E’ carente invece il Sud per altre tipologie di prodotti come ad esempio, i grandi congressi internazionali, le stazioni invernali, il turismo lacuale e l’agriturismo.

Avremmo la possibilità di promuovere un tessuto economico rilevante in pochi anni, con effetti di grande rilievo sull’occupazione che potrebbe essere incrementata nell’ordine di almeno 100 mila addetti se mettessimo a frutto le risorse molteplici che ancora sono integre, ma ciò richiederebbe anche un forte investimento nella promozione internazionale per valorizzare l’immagine e le risorse del Mezzogiorno e per orientare i grandi tour operator internazionali a programmare il Sud nell’ambito delle loro strategie.

L’ENIT svolge una missione storica, un ruolo di promozione che ha consentito alle nostre regioni meridionali di avere una più precisa identità culturale e una chiara divulgazione delle grandi attrattive presenti sul territorio. Rispetto a questa funzione l’ENIT rappresenta oggi un partner fondamentale non solo delle regioni del Sud, ma anche delle città e delle imprese che operano per inserirsi nel mercato del turismo. Ne abbiamo conferma attraverso le decine di iniziative congiunte che ENIT, regioni e categorie realizzano annualmente.

 

On. Antonio Marzano Presidente Commissione Bicamerale per la riforma del Bilancio statale.

Io vorrei fare il mio ragionamento su tre punti fondamentali: il primo è quello del Mezzogiorno come risorsa, il secondo è che cosa impedisce il pieno esplicarsi di queste risorse e il terzo è la cosa che bisogna fare e cosa non fare.

Quando noi parliamo del meridione troppo spesso ne parliamo come di una parte in fondo quasi residuale della geografia non dico italiana ma europea.

lo vorrei darvi qualche dato che smentisce questa impostazione. Oggi il Mezzogiorno rappresenta il 4% del territorio dell’Europa, e cioè ha un territorio più ampio di quello che hanno ben sette stati europei, fra gli altri l’Austria, il Belgio, la Danimarca e l’Irlanda.

Oggi il Mezzogiorno ha il 6% degli abitanti europei, cioè ha una popolazione maggiore di quella che hanno ben 10 stati europei, cioè oltre quelli che ho citato prima, anche, la Grecia, l’Olanda, il Portogallo e la Svezia. Il prodotto totale del meridione è il 4% del prodotto totale europeo, cioè maggiore di quello realizzato in nove dei quindici paesi europei.

Il meridione ha un tasso di natalità superiore al tasso di mortalità, contrariamente al centro nord dell’Italia. La popolazione meridionale ha un’età media di 37 anni, rispetto ai 43 anni del centro nord, cioè è una popolazione giovane. Nel meridione c’è un tasso delle natalità delle imprese superiore al tasso di mortalità e c’è un tasso di natalità delle imprese, cosa che non sivmette in evidenza normalmente, maggiore di quello che abbiamo nel resto dell’Italia, cioè nascono più imprese, più tentativi d’impresa, il che vuol dire che c’è molta voglia di fare, di rimboccarsi le maniche e di mettersi a lavorare e produrre.

Nel meridione c’è una qualità umana che non teme confronti. Noi sappiamo che i meridionali sono alcune delle più rinomate personalita‘, non solo del mondo politico ma anche di quello finanziario e alcuni di questi sono alla guida ormai da anni di importanti salotti finanziari, che anche la qualità della manodopera meridionale è una qualità eccellente per talento, intelligenza e versatilità che ha prodotto ricchezza, purtroppo spesso altrove, per altri paesi. E’ infine, il meridione, un giacimento di risorse artistiche, culturali e archeologiche oltre che naturalistiche, che penso abbia pochi confronti nel mondo.

Pur di fronte a queste risorse il prodotto pro capite del meridione è solo al 14° posto in Europa, la Grecia ha un prodotto pro capite più basso, il tasso disoccupazione è di circa il 23%, cioè il doppio di quello europeo.
Quali sono allora i freni che inibiscono a queste potenzialità di esprimersi con migliore successo. Naturalmente c‘è il problema del fisco. In quasi tutte le esperienze di sviluppo economico noi constatiamo che nei territori in cui il reddito pro capite è più basso e vi sono ostacoli alla crescita, si praticano politiche fiscali di tipo agevolato.

Nel meridione non si riesce a praticare la stessa politica. Anche, secondo me, per una ottusa contrarietà in sede europea o forse per una scarsa capacità di noi italiani a far valere argomenti importanti. C‘è poi un freno che viene dal gap infrastrutturale e metto nel gap infrastrutturale anche la formazione scolastica che nel sud è molto deficitaria.

Il meridione in particolare dal punto di vista delle infrastrutture ha risentito più di ogni altra parte, del blocco della spesa per investimenti pubblici che è diminuita di circa il 4 % negli ultimi 3 anni.

Le infrastrutture sono assolutamente carenti.

Se un imprenditore siciliano vuole mandare le sue arance a Parigi, dove c‘è un buon mercato per le arance e vuole usare il mezzo ferroviario, impiega dai 3 ai 4 giorni per far arrivare a Parigi le sue arance. Se un imprenditore spagnolo che produce arance vuole mandarle a Parigi, collegando l‘alta velocità spagnola con quella francese, in 24 ore vede le sue arance a Parigi.

Il terzo freno sono i labirinti procedurali, burocratici. Probabilmente è la ragione fondamentale che ha fatto fallire, perché sostanzialmente io li considero falliti, i patti territoriali.

In questi protocolli ci sono venti—trenta firme di istituti o istituzioni che debbono partecipare alla realizzazione di questi patti. C’erano meno firme nel trattato di Versailles di quelle che troviamo in questi patti e protocolli d’intesa.

C’è un problema certo anche di criminalità e di ordine pubblico ma questo problema non può essere esasperato. perché lo vedo spesso usato un po’ per rappresentare il meridione in termini oscuri.

Il problema naturalmente esiste, ma non è citato al primo posto nei sondaggi presso le imprese.

Ci sono ancora problemi di rigidità del mercato del lavoro, cioè il mercato del lavoro è inefficiente nel meridione, dove c’è un tasso di disoccupazione così alto, che denuncia l’inettitudine del mercato del lavoro a fare incontrare domanda e offerta.

Secondo me, si sta delineando un altro ostacolo serio allo sviluppo del meridione dove c’è un’alta propensione al risparmio delle famiglie, in particolare al risparmio bancario: si sta verificando il trasferimento delle proprietà di istituti bancari meridionali, con il rischio grave che il bacino di risparmio del sistema bancario nel sud diventi più un bacino di raccolta del risparmio che non di impiego del risparmio nel territorio meridionale.

Allora il problema qual è ? A me pare chiaro che di fronte alle potenzialità che ho richiamato quello che c’è da fare è rimuovere questi ostacoli. In altre parole, noi dobbiamo fare avanzare sempre di più, nei confronti del meridione, una cultura che non deve essere più la cultura risarcitoria, quella che dice, cioè, il meridione ha dei problemi e dunque risarciamo i meridionali, ma deve farsi avanti piuttosto una cultura che, anziché avere un principio risarcitorio, si ispiri al principio liberatorio.

Bisogna liberare il meridione dagli ostacoli che ho elencato, solo questo è il modo per affrancarlo, per consentirgli di avere uno sviluppo autopropulsivo, uno sviluppo che sia indipendente dall’intervento esterno, che permetta alle energie meridionali di esprimersi con più libertà e cioè attraverso il mercato. Il vero problema è che nel meridione c’è poco mercato e ancora troppo Stato.

Quando poi questo Stato si esprime con misure come quella delle 35 ore, dei lavori socialmente utili, che io preferisco chiamare socialmente futili, con la mitizzazione dei contratti territoriali che, come vi dicevo prima, si sono rivelati nella sostanza fallimentari, quando quella cultura si esprime con l’idea di costituire una specie di Iri 2 attraverso l’agenzia di Sviluppo Italia di cui anche le cronache di questi giorni dimostrano i limiti.

Quando insomma c’è ancora una cultura dirigista che inevitabilmente finisce più per frenare lo sviluppo che non per sostenerlo, si spingono gli imprenditori, anche quelli stranieri, a scartare l’ipotesi di investire nel meridione. Insomma, si tratta di scegliere fra due concezioni dello Stato. Una è la concezione dello Stato amico che parte da un presupposto di fiducia nei confronti dei cittadini e che aiuta i cittadini a esprimere il più liberamente possibile il proprio contributo allo sviluppo dell’economia e della società e questa è la concezione fondamentalmente liberale. Poi c‘è un’altra concezione che in qualche modo si collega a una cultura del sospetto, o peggio ancora ad una cultura del conflitto di classe e allora lo Stato inevitabilmente diventa nemico.

La prima concezione, quella dello Stato amico, porta a politiche di liberalizzazione dell’economia, di abolizione e rimozione degli ostacoli e al libero esprimersi dell’iniziativa privata. La seconda concezione porta al bracciale elettronico, alla tassazione continua cioè alla sottrazione di risorse al cittadino a vantaggio dello Stato, alla burocrazia che pervade ormai quasi ogni atto della nostra vita quotidiana. Il problema dello sviluppo del meridione, il problema del meridione come opportunità, si collega anche ad una concezione dello Stato piuttosto che all’altra.

 

Ivano Spallanzani, Presidente della Confartigianato

Premesso che il Sud è una grandissima opportunità e che sulla sponda sud del mediterraneo c’è un mercato con 300 milioni di persone in paesi che aumentano il Pil del 5/6% all’anno, il presidente della Confartigianato ricorda che il governatore Fazio oltre a parlare sempre di flessibilità del mercato del lavoro, di costo del lavoro e di fisco, nell’ultimo intervento del 31 maggio di quest’anno, ha sottolineato che il’ 95% del sistema imprenditoriale italiano ha meno di 10 dipendenti, ed il 99% del sistema imprenditoriale italiano ha meno di 50 dipendenti.

Questo è il sistema produttivo del nostro paese: o il governo e il Parlamento della Repubblica ne prendono atto o l’Italia rimane bloccata. C’è, come diceva il filosofo Blondel, “una volontà volente” di avere tutte grandi aziende che non si trasformerà mai in “volontà voluta” e questo crea il gap perche’ continuiamo a legiferare per una realtà che non c’è più, quella di avere tutte aziende con mille dipendenti.

Così succede che il 97 % delle risorse dello Stato va al 2% delle aziende e l’altro 3% va al 97 % delle aziende.
Ora, quando questo sistema produttivo non è tenuto in considerazione o lo si ritiene un’anomalia e si continua a legiferare come se in questo paese tutte le aziende avessero 1000 dipendenti, è chiaro che si continua a legiferare su una realtà che non c’è più, e la legislazione diventa irrazionale, e così si arriva all’ 1% del Pil al meno 0,4 del sistema produttivo, ed al 2% dell’inflazione.

Bisogna prendere atto che questo paese, che è la quinta potenza mondiale, possiede solo la testa degli italiani, per cui se il sistema legislativo blocca la testa degli italiani, si blocca l’Italia perché è l’unica cosa che abbiamo.

C’è certamente il problema fiscale e c’è il problema del costo del lavoro, ma noi combattiamo tutti i giorni con le leggi dello Stato che sono vessatorie, punitive e burocratiche. Pensate che per il modello unico dei rifiuti, devono essere compilate 64 pagine.

Adesso ci è capitata l’ultima patata bollente dei decibel, cioè i ragazzi sotto i 18 anni non possono lavorare negli ambienti dove ci sono rumori sopra gli 80 decibel, e così noi abbiamo 50 mila ragazzi a rischio.

Si dice che il dramma di questo paese è il sommerso, che esiste non perché la gente non vuole rispettare le leggi dello Stato ma perché l’acqua è troppo alta. Ed allora o si semplifica il sistema legislativo italiano, rendendolo compatibile con la realtà produttiva di questo paese o, se si continuano a mettere tutta una serie di burocratismi ad aziende che hanno uno, due, tre, dieci dipendenti, il sistema italiano si blocca.

Non si capisce perché il legislatore voglia tutti grandi quando sono i grandi che vogliono diventare piccoli.

Bisogna proprio ribaltare l’impostazione di politica economica cambiando la legislazione e prendendo atto che questo è il sistema produttivo, altrimenti si continuerà a legiferare per un sistema politico che non c’è si continuerà a fare danni al paese.

Il problema fondamentale del Mezzogiorno è che non ci sono gli insediamenti produttivi. In gran parte del Sud la gente non sa dove andare fisicamente per lavorare.

Quando il mio amico D’Antoni dice che nel Mezzogiorno bisogna ridurre il peso fiscale e portarlo al 10% va benissimo, ma bisogna prima creare le fabbriche.

La prima cosa dunque sono gli insediamenti produttivi. Li hanno dati in Emilia Romagna, in Toscana e in Veneto indipendentemente da chi amministrava, ma non li hanno mai dati nel Mezzogiorno. Ci sono colpe anche della gente del Sud che non si è mai associata.

Ribadita l’esigenza di adeguare le reti infrastrutturali, riproposta l’idea di utilizzare per insediamenti produttivi edifici pubblici e privati dismessi, il presidente della Confartigianato osserva che il sommerso non emergerà fino a quando non cambieranno le leggi.

Occupandosi delle direttive europee, Spallanzani sostiene che ci sono direttive incompatibili con il nostro sistema produttivo e direttive che, quando giungono in Italia, vengono rese vessatorie e punitive. Sono queste le cose che bloccano l’Italia.
O c’è qualcuno che ci difende in Europa prendendo atto di che cosa siamo, o altrimenti non c’è niente da fare. Infatti non ci sarà mai nessuno in Italia che riuscirà a rispettare le leggi sulla sicurezza e sul lavoro.

Non abbiano paura di pagare 1000 lire in più, ma abbiamo paura delle leggi dello Stato, non dell’Europa ma dell’Italia, lo diciamo dappertutto che abbiamo paura del nostro paese, delle leggi del nostro paese.

Siamo molto più intelligenti dei tedeschi, per esempio mettiamo un bullone dove loro mettono 20kg di lamiera, i problemi insomma sappiamo risolverli.
Il freno a mano è in questo paese, è la legislazione punitiva e vessatoria decisa da chi pensa che questo paese sia fatto di aziende con 1000 dipendenti.

 

On. Gargani Presidente della Commissione Cultura del Parlamento Europeo

Ho cominciato a fare politica oltre 40 anni fa e il problema del mezzogiorno, dell’occupazione e del futuro dei giovani, era un argomento che noi ponevamo all’attenzione delle politiche per il Mezzogiorno e per il Paese.

Il tema però non è inflazionato, perché è un tema fondamentale e importante per l’Italia, è probabilmente il tema per determinare qualunque strategia possibile in un paese che vuole trovare un riequilibrio e io non ritengo che sia solo un problema economico, ma viceversa è soprattutto un problema civile, istituzionale e di integrazione.

Dopo aver ricordato che il Mezzogiorno, suscettibile di sviluppo, è stato il tema che i giovani dal ‘48 in poi si sono trovati di fronte, e che per questo e‘ stata inventata la Cassa del Mezzogiorno, che non era uno strumento di sviluppo ma di presupposto dello sviluppo, un’integrazione del bilancio dello Stato, sottolinea che per il Mezzogiorno è iniziata la seconda fase, la più delicata, proprio perché è la fase dello sviluppo, della possibilità concreta dello sviluppo. Di fronte a questa fase, però, noi ci siamo un po’ persi, quella corsa che avevamo fatto per tanti anni per potenziare il mezzogiorno, per farlo diventare argomento principale di ogni indicazione politica qualunque essa fosse, per omogeneizzare il territorio del paese e avere uno sviluppo civile, si è fermata negli ultimi anni, adesso dobbiamo guardare all’Europa, perché i grandi processi di sviluppo, non possono non vedere protagonista l’Europa. Alludo alle sovvenzioni che l’Europa può dare, avrebbe potuto dare e che forse potrebbe ancora dare, evitando lo scandalo italiano, le molte migliaia di miliardi non utilizzati soprattutto al sud. Sono circa 30.000 i miliardi che il Mezzogiorno non ha recepito dall’Europa e che l’Europa avrebbe voluto dare secondo direttive, progetti e indicazioni.

Sono convinto che alla domanda se c’è un futuro per i giovani, possiamo rispondere affermativamente, se partecipiamo al mercato globale europeo e quindi a quello mondiale, se ci integriamo nell’Europa per poter essere protagonisti e non avere più assistenza. Quello che i comunisti hanno detto alla DC per 50 anni, cioè che ci riducevamo a fare dell’assistenzialismo al Sud, oggi lo fanno in maniera mirabile il Presidente del Consiglio D’Alema e il governo nella sua interezza, che mostrano di non avere una strategia per il sud.

Dico tutto questo senza polemiche ma per affermare che dobbiamo fare programmi concreti, grandi progetti, che non possono che essere europei e che sono dell’ordine di 50—60mila miliardi, ai quali devono partecipare il pubblico e il privato.

 

Oggi la competizione può essere vinta in Europa, ma è una competizione senza rete di protezione, perché la lunga fase di preparazione di questo possibile sviluppo del Mezzogiorno è finita. Oggi dobbiamo competere e nel mondo di oggi un’economia si sviluppa se compete. L’ Europa unità è stata fatta anche per una ragione di difesa nei grandi mercati della globalizzazione, gli Stati Uniti d’Europa devono stare insieme per un progetto comune, per difendersi, competere e essere protagonisti.

Essendo ora tra i primi protagonisti in Europa, noi dobbiamo avere la possibilità e la capacità di essere protagonisti nei progetti, sapendo attingere alle fonti di finanziamento da parte del singolo e del governo, siano essi l’imprenditore, l’amministrazione pubblica, il comune o la provincia.

C’è la possibilità dunque di poter fare un salto in avanti cogliendo le opportunità che sono offerte, per accorciare l’Italia, demolendo tutte lo strozzature infrastrutturali, che oggi penalizzano il Mezzogiorno, consapevoli di dover fare una strategia alta, non una strategia bassa per avere qualche occupato in più.

 

On. Franz Turchi Parlamentare europeo

Io mi riallaccio a quello che diceva l’On. Gargani riguardo ai fondi strutturali, che in Italia non sono stati utilizzati. Oltre 6500 miliardi all’anno in media non vengono utilizzati, una grande opportunità non colta.

Quest’anno mi è capitato di andare in Portogallo e ho trovato 400km di autostrade costruite con i soldi che erano destinati all’Italia. Allora mi chiedo cosa significhi per noi parlare di sviluppo, prospettive e speranze per i giovani quando non riusciamo a utilizzare i fondi che sono un nostro diritto, perché è quota parte del prodotto interno lordo in fin dei conti.

Addirittura, quest’anno rischiamo di uscire dai fondi comunitari in quanto da una parte, alcune regioni non hanno rispettato i termini di presentazione sui nuovi obbiettivi e dall’altra, non sono stati rispettati i requisiti attraverso i quali è possibile ottenere i fondi. Spero che non accada perché il commissario Monti si è impegnato in prima persona a sollecitare le varie amministrazioni regionali per l’utilizzo di questi fondi.

Se noi non creiamo ricchezza, non potremmo mai dare sviluppo al nostro territorio e non potremo mai garantire posti di lavoro per i giovani. In Parlamento è in discussione un progetto di legge sulle rappresentanze sindacali nelle aziende al di sotto di 15 dipendenti, mentre una normativa comunitaria indica come nocciolo duro, come base di riferimento, 50 dipendenti per le rappresentanze sindacali.

Questo creerà un ulteriore problema per le piccole e medie imprese e per l’artigianato che si troveranno costretti ad avere una rappresentanza sindacale quando hanno 2 o 3 dipendenti. Se noi non riusciamo a evitare questo, se non riusciamo ad abbassare la pressione fiscale di 2 o 5 punti, come ha fatto l’Irlanda che ha attirato capitali dall’estero, oltre 4000 miliardi in dollari nel giro di un anno, con 500 multinazionali che hanno investito sul territorio, non riusciremo ad attirare investimenti dall’estero anche nel Mezzogiorno. Dobbiamo dare anche sicurezza a chi fa investimenti nel Mezzogiorno.

Certo la cultura del posto fisso, come dice d’altronde anche D’Alema, deve essere superata ma bisogna creare veri posti di lavoro, non quelli socialmente utili, ad 800mila lire al mese, che distruggono psicologicamente i giovani.

Occorre inoltre investire nella formazione, dando ai giovani la possibilità di studiare come i loro coetanei in tutti grandi paesi, e di competere ad anni pari nel grande mercato del lavoro.

 

Natale D’Amico Sottosegretario di Stato del Ministero del Tesoro, Bilancio e programmazione Economico

Ricordato che il nostro tasso di crescita è ancora troppo lento, ma è con questo tasso che ci dobbiamo misurare, il problema è quello di accelerare la crescita per risolvere il problema del lavoro e offrire così occasioni di occupazione per i giovani.

Nel misurarci con questo problema scopriamo immediatamente che per avere maggiore occupazione è necessario impiegare le risorse inutilizzate del nostro paese, fra cui innanzitutto i tanti giovani meridionali, che complessivamente hanno un livello di formazione professionale elevato nel confronto internazionale.

Il problema meridionale non è solo questione nazionale ma soprattutto questione europea. E’ in Europa che esiste l’opportunità per accelerare nuovamente il tasso di crescita della nostra economia.

La sfida che l’euro poneva all’Italia era esattamente uguale a quella di 50 anni fa, tra chi riteneva che l’Italia doveva rimanere fuori perché debole, con uno sviluppo ritardato, caratterizzato da infinite debolezze del sistema economico-politico e non in grado di confrontarsi, e chi invece ha sostenuto che questo è un grande paese, anche con il suo Mezzogiorno e quindi può partecipare a questo processo.

E’ stata la scelta che ha operato il centro sinistra in questa legislatura, il centro destra provava infatti a difendere l’italietta. La legislatura del centro sinistra ha fornito così una possibilità di sviluppo per il Mezzogiorno, compiendo la stessa scelta che effettuarono nel dopoguerra De Gasperi ed Einaudi.

Scelta resa produttiva creando negli ultimi dieci mesi 256mila posti di lavoro, anche se in larga parte sono a tempo parziale ma è sempre meglio a non aver lavoro, anche nel Mezzogiorno si stanno creando posti di lavoro ed il governo si sta muovendo in questa direzione.

Innanzitutto abbiamo affrontato e chiuso la trattativa sui fondi strutturali comunitari, ottenendo per l’Italia il 20% di risorse in più all’anno. Vuol dire in termini di risorse che il Mezzogiorno può avere circa 12mila miliardi l’anno, contro i circa 10mila della precedente programmazione. Questo è un ottimo risultato considerando le restrizioni di bilancio dal momento che, nel frattempo, l’Italia è diventata un paese con un reddito pro capite superiore alla media comunitaria.

Sono anche da ricordare gli esiti positivi delle trattative sulle politiche agricole, che in passato non erano ottime a causa di errori commessi dai rappresentanti del nostro paese.

Nella chiusura della trattativa per agenda 2000 c’è stato un sostanziale riequilibrio a favore dei prodotti mediterranei che sono poi quelli su cui è specializzata l’agricoltura dell’Italia meridionale: tale conclusione vale circa 2800 miliardi in più l’anno per l’agricoltura Italiana.

Quanto ai fondi strutturali negli ultimi anni c’è stata una fortissima accelerazione della spesa italiana mentre in passato questi soldi erano impiegati male se non addirittura, in qualche caso, non spesi. Grazie a questa accelerazione della spesa siamo riusciti a rispettare l’impegno assunto con la comunità lo scorso anno di utilizzare le risorse. Inoltre, al 31 dicembre di quest’anno, rispetteremo l’impegno di impiegare e risorse comunitarie 94/99.

Se la politica del Mezzogiorno è politica internazionale, questo va tradotto in concreti atti di governo. Era dagli anni 50 che in Italia non si disegnava un quadro delle risorse finanziarie per il Mezzogiorno di lunga durata così come è stato fatto con il DPF di quest’anno, in cui si individuano risorse per investimenti pubblici comunitari, ordinari, nazionali e aggiuntivi per le aree depresse. Investimenti pubblici che nei prossimi otto anni accresceranno la quota complessiva per il Mezzogiorno all’interno del sistema finanziario.

Abbiamo, dunque, un quadro d’investimenti pubblici in forte crescita per il Mezzogiorno anche per i prossimi anni, ma è evidente che, nel frattempo, gli investimenti pubblici stiano crescendo, permettendo di accrescere il tasso di sviluppo dell’economia e di generare occupazione, attraverso la concentrazione degli interventi nei settori delle infrastrutture, dei trasporti, dei beni culturali, nei settori, cioè che hanno maggiore capacità di generare sviluppo.

Un’altra operazione, criticata da parte di numerosi amici intellettuali meridionali, è quella di spostare fortemente le competenze verso strutture territoriali, regione, provincie, comuni, che si qualificano in 12mila miliardi all’anno per il Mezzogiorno. Nella passata fase di programmazione la responsabilità era 50 e 50 tra lo Stato centrale e le regioni, nella nuova fase, cioè nei prossimo sette anni, la responsabilità sarà per il 70% regionale e per il 30% nazionale.

Essi sostengono che non si possono fare operazioni di questo genere perché si sottovaluta il grave ritardo delle strutture burocratiche amministrative del Mezzogiorno, ma l’esperienza finora fatta dimostra che non esiste un luogo esterno al Mezzogiorno dove sia possibile promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. E’ questa una scommessa che parte dalla valorizzazione delle risorse meridionali. La scelta politica è quella di valorizzare le professionalità, le capacità presenti nel Mezzogiorno e punta sul nuovo dinamismo emerso nel Mezzogiorno, manifestatosi in tassi di crescita delle imprese particolarmente elevati, confidando nella capacità di questi imprenditori di crescere, nel ruolo dello Stato, degli enti locali e delle regioni di sostenere la crescita di queste piccole imprese.

Siamo coscienti che rimuovere gli ostacoli per la crescita delle imprese sia uno dei grandi problemi che questo paese ha di fronte, come la fiscalizzazione degli oneri sociali che è un aspetto sul quale dobbiamo fare progressi.

C’è un aspetto ineliminabile che è quello di pensare che il Mezzogiorno debba competere con i mercati internazionali. Siamo convinti che il Mezzogiorno si sviluppa se si inserisce maggiormente nei circuiti internazionali. La piccola impresa, che deve crescere nel mezzogiorno, deve avere la caratteristiche della piccola impresa che ha fatto il grande sviluppo del nordest del paese, come quella tedesca, francese e inglese che operano sui mercati internazionali.

On. Dario Antoniozzi, già Europarlamentare

Antoniozzi ha ricordato che la scelta dell’Europa è stata fatta dall’Italia con i trattati di Roma nel ’57.

E’ quindi errato affermare che l’Italia è entrata in Europa adesso, Maastricht e la nuova realtà monetaria sono solo l’ultima importante tappa dell’avanzamento europeo. Nel 1957, dei sei paesi della Comunità, cinque appartenevano all’Europa del Nord e quindi determinavano la scelta anche di politica agricola.

Antoniozzi, che per 6 anni ha fatto parte del Consiglio dei Ministri agricolo di Bruxelles, dal ’63 al ’70, chiarisce che il sistema agricolo funzionava sui Fondi Europei di Orientamento e Garanzia. La garanzia era contraria al sistema di economia di mercato, doveva però, attraverso il prezzo attuare la crescita strutturale.

Ciò non è avvenuto anche perché in agricoltura si sono utilizzate le garanzie senza realizzare le strutture. Questo è un peccato che dobbiamo scontare e che ora paghiamo, soprattutto al sud.

Il Mezzogiorno, tra gli anni 50 e 70, si è sviluppato. Sono ben visibili le infrastrutture realizzate dallo Stato e dalla Cassa del Mezzogiorno (autostrade, acquedotti, aeroporti e scuole). Posso fornire un dato che riguarda gli alberghi: in Italia, negli anni 50, erano all’incirca 20mila, nel Mezzogiorno mille e in Calabria 50.

Oggi in Italia gli alberghi sono 40 mila aumentati del 100% circa, nel Mezzogiorno 7000 aumentati del 700%, e in Calabria 700 con un aumento del 1400%. E questo è avvenuto per effetto dei contributi a fondo perduto o dei tassi agevolati. Alcuni importanti economisti però, ritengono che eccedere nella concessione di crediti agevolati fa drogare i sistemi economici. Agricoltura e turismo possono essere trainanti per il Sud, ma ammodernandosi.

Molte infrastrutture sono state fatte, ma è mancata la preparazione professionale. Non abbiamo infatti qualificato adeguatamente ne’ coloro che dovevano lavorare, ne’ il mondo imprenditoriale.

Il Mezzogiorno può trovare la sua strada nel Mediterraneo. Recentemente vi è stata una grande conferenza sull’Europa e il Mediterraneo. Su 24 mila dollari di prodotto interno lordo annuale dei 15 paesi dell’unione europea; solo 2000 dollari è quello dei dodici paesi che vanno dal Marocco fino alla Turchia; paesi destinati a crescere per una serie di ragioni, anche perché hanno materie prime importanti.

Il Mezzogiorno deve dunque prepararsi alla sfida con questi paesi, attirando anche i fondi europei non utilizzati. per i quali c’è da dire che la responsabilità è di tutti, dell’Europa burocratica, dell’Italia troppo burocratica e delle regioni che non si sono attrezzate adeguatamente per utilizzare questi fondi. Per noi è urgente mobilitarsi presto e profittare delle opportunità di questi tempi, altrimenti paesi del sud come la Spagna, la Grecia e il Portogallo che già si muovono attivamente potrebbero sopravvalicarci.

Questo convegno ha il merito, ringrazio il presidente Nino Foti e i suoi collaboratori, di mettere all’ordine del giorno tali importanti realtà ed il loro problemi.

 

 

 


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