LabSud – Campania: una terra d’eccellenza da valorizzare. Dopo il primo appuntamento in Calabria, a Gioia Tauro, il viaggio di Labsud prosegue oggi sabato 19 Dicembre in Campania, a Napoli. Sarà poi la volta della Sardegna, Puglia, Sicilia e Basilicata.

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LabSud Campania
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Un progetto per il territorio. È questo il titolo della nuova iniziativa promossa da LabSud, la piattaforma nata dalla collaborazione fra Eurispes e Fondazione Internazionale Magna Grecia al fine di riportare al centro del dibattito politico, economico e sociale i problemi del Mezzogiorno. Un’iniziativa ideata per offrire sin da subito spunti concreti e articolata in una serie di eventi itineranti che toccheranno, a più riprese, tutte le Regioni del Meridione con incontri ospitati in diverse città.

Dopo il primo appuntamento in Calabria, a Gioia Tauro, il viaggio di Labsud prosegue oggi sabato 19 Dicembre in Campania, a Napoli. Sarà poi la volta della Sardegna, Puglia, Sicilia e Basilicata.

In ogni Regione si cercherà di percorrere con il dibattito una strada aderente alle peculiarità del territorio. Al centro dell’incontro a Napoli, presso l’Antisala dei Baroni – Maschio Angioino, il tema “Campania. Percorsi di eccellenza: le buone pratiche come modello per il rilancio della regione”.

LabSud ha individuato alcune delle aree di eccellenza della Campania, le cui vere potenzialità rimangono ancora inespresse e sulle quali si concentrerà il lavoro di questa nuova piattaforma. L’obiettivo è quello di produrre dati, analisi e scenari possibili che siano strumento utile per i decisori politici, ma anche creare un collegamento sinergico e proattivo tra gli enti locali, le diverse realtà imprenditoriali e dell’associazionismo espressi dal territorio.

Non solo “fuochi”. La Campania, nonostante le criticità del territorio e un’immagine veicolata dai media con un accento particolare sui fenomeni di inquinamento e sugli ecoreati, vanta eccellenze in diversi settori. Tra questi spicca il suo unico patrimonio eno-gastronomico, che si traduce in 457 prodotti tradizionali registrati; in particolare la Regione vanta 15 prodotti a marchio DOP, 9 IGP, 2 STG. A livello nazionale i prodotti DOP e IGP sono 278, per cui la Campania, con 21 prodotti, detiene ben l’8% dei prodotti a denominazione di origine. Anche il settore dei vini può contare su un arsenale di tutto rispetto: 15 a marchio DOC, 4 DOCG, e 10 IGT. Molti altri avrebbero ugualmente la dignità di prodotti eccellenti, anche quando non riconosciuti ufficialmente o registrati come tali. Si pensi ad esempio alla colatura di alici di Cetara.

Il traino dell’agricoltura. Sul fronte della produzione agricola sono gli ortaggi in piena aria, con 10.458.024 quintali, a trainare il settore, seguiti dalla frutta fresca. Piuttosto importanti sono anche le produzioni di pesche e di nocciole, che interessano rispettivamente 21mila ettari e 25mila ettari.

Da non sottovalutare il recente ruolo della tartuficoltura, che negli ultimi due decenni ha riscontrato un discreto successo commerciale con una produzione regionale annua di circa 1.-1.500 quintali per un valore di 3-4 milioni di euro. La varietà più diffusa è il tartufo di Bagnoli Irpino, conosciuto anche come tartufo nero. Presente anche il tartufo scorzone, il tartufo bianchetto e il più pregiato tartufo bianco. Relativamente all’olivicoltura, si apprezza una diversificata presenza di varietà autoctone molto pregiate come l’ogliarola, l’ortice, l’ortolana, l’asprinia, la sessana, la rotondella, la nostrale, la pisciottana, disseminate nelle varie province.

Terra dei fuochi: un allarme da ridimensionare. Strettamente legato alla produzione agricola è la contaminazione da rifiuti tossici di un territorio ormai tristemente noto come la Terra dei fuochi. Eppure secondo i dati dell’annuale rapporto del Governo, sarebbe contaminato solo lo 0,14% della Campania: dato preoccupante ma sicuramente meno allarmante del previsto, anche perché i terreni sono stati delimitati e sottoposti a primi interventi di bonifica degli sversatoi abusivi e dei veleni nel sottosuolo, e i prodotti agricoli di quelle zone non arrivano alla distribuzione commerciale.  Secondo ricerche di Slow Food, infatti, capillare è la rete di analisi e controlli che vengono effettuati sui prodotti coltivati in Campania e che ne garantiscono la qualità.

Per alcuni operatori del comparto agroalimentare, come quello della filiera lattiero casearia bufalina, vi è la possibilità di aderire alla delibera della Giunta regionale della Campania del novembre 2013, al fine di supportare un sistema di tracciabilità volontario dei prodotti e garantire, quindi, la trasparenza al momento dell’acquisto  da parte dei consumatori.

Nuovi modelli di sostenibilità. Ad ulteriore riprova della necessità di svestirsi dell’immagine prodotta dal fenomeno della Terra dei Fuochi è l’impegno profuso nel settore bio. La Campania rientra nella top ten delle Regioni italiane con maggior numero di produttori che operano esclusivamente nel comparto bio, con quasi 2.000 operatori. A dimostrare la vocazione “rurale” della Campania anche il proliferare delle cosiddette “fattorie didattiche” in tutto il territorio: secondo le fonti Alimos la Campania si attesta al primo posto in Italia con circa 350 realtà presenti sul territorio.

A confermare le performance positive, intervengono i dati del florovivaismo campano, che conquista il primato per la produzione a livello nazionale di fiori recisi (24%), rose (36%), garofani (15%), gerbere (9%) e crisantemi (8%) e il secondo posto per la produzione di piante da foglia (21%). Rispetto all’area del Mezzogiorno, realizza il record per la produzione di piante da fiore (45%) e per quella di fronde e foglie (61%).

Made in Campania. In ultimo, le prestazioni: dell’export campano, lasciano intravedere nuovi scenari per lo sviluppo della regione. Quest’ultima, a dispetto del macrodato negativo delle regioni meridionali e insulari (-5,2%) in termini di esportazioni, contribuisce con il 2,7% all’export nazionale nei primi nove mesi del 2015. Non solo: relativamente al comparto alimentare, Confartigianato sottolinea nei primi sei mesi del 2015 il record per l’export di prodotti alimentari made in Italy, per un totale di 29,6 miliardi. La Campania è la prima regione a sostenere l’importante risultato con un valore del 14,8%, laddove il Veneto si attesta all’11% e il Piemonte si ferma al 5,1%. A livello provinciale è Napoli a registrare il record  di crescita per l’export, arrivando al 36,1%.

Nuovi stimoli si attendono, infine, dal nuovo PSR 2014-2020, che immette sul territorio 1,8 miliardi di risorse pubbliche e promette un investimento di circa 3 miliardi. Ed è proprio su questo fronte che occorre immaginare un nuovo progetto per la regione che ne valorizzi appieno tutte le potenzialità e le tante realtà d’eccellenza ancora inespresse.

L’asset inespresso della bellezza. Il clima mite, il fascino delle coste, la ricchezza dell’arte e della storia e l’amore per la cucina rendono la regione Campania una terra ambìta dal turismo. Al primo posto tra le regioni del Mezzogiorno per presenze di turisti stranieri e al settimo nella graduatoria nazionale con oltre 4,3 milioni di arrivi e circa 18 milioni di presenze nei primi 11 mesi del 2015. Nel solo 2013 le presenze straniere hanno superato gli 8 milioni, con una permanenza media di 4 giorni pro capite. Il 2014, in particolare, ha registrato un’impennata del turismo culturale: i visitatori hanno superato i 6 milioni, scalzando il primato della Toscana per numero di visite, per un introito totale di 31,4 milioni di euro, circa 11 milioni in più rispetto al 2013. E certo non mancano i siti da visitare. Moltissimi, infatti, i turisti attratti dalle bellezze naturali e paesaggistiche, dal mare al parco nazionale, alle località termali, fino alle sagre e feste religiose. Ma al primo posto restano i siti archeologici e culturali, fiore all’occhiello di una Regione che vanta ben 6 siti Unesco, seconda solo alla Lombardia: fanno parte, infatti, del patrimonio dell’umanità il centro storico di Napoli, le aree di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata, la Reggia di Caserta, con l’acquedotto vanvitelliano e il complesso di San Leucio, il parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, con Paestum, Velia e la Certosa di Padula. Senza contare la suggestiva costiera amalfitana, culla della storia e dei sapori campani, nonché la chiesa di S.Sofia  a Benevento, perla di epoca longobarda. Tuttavia la percezione di alberghi, musei e ristoranti al Sud inondati da residenti occasionali è smentita dai numeri – su 380 milioni di presenze turistiche in Italia solo il 20% (76 milioni) sceglie le località meridionali e il dato peggiora se si considerano gli stranieri: uno striminzito 13%, che in valore assoluto vuol dire 20 milioni di presenze sui 160 milioni che raggiungono ogni anno il nostro Paese. In termini di fatturato il Mezzogiorno cattura non più di 4 miliardi sui 32 spesi in Italia dai turisti internazionali, contro i 5,3 del Lazio e della Lombardia e i 5 del Veneto. Nonostante tutto, però, la parte del leone spetta alla Campania con 1,419 miliardi seguita dalla Sicilia (poco più di 1 miliardo), dalla Puglia (580 milioni) e dalla Calabria (145 milioni). La piccola Basilicata, che pure vanta perle come Matera e Maratea, quasi non entra nelle statistiche. Insomma, esistono regioni (Lazio, Lombardia, Veneto) che da sole attirano più turisti e soldi del Mezzogiorno nel suo insieme, nonostante le incredibili bellezze naturali, artistiche, storiche e architettoniche che tutti gli riconoscono possedere. Perfino il turismo balneare rappresenta appena il 24,7% del totale: un vero spreco se si considera che il Sud può contare sui tre quarti delle coste del Paese.
Napoli, con una popolazione quattro volte superiore, accoglie meno turisti che la piccola Firenze (9 milioni contro 10) ed è surclassata da Venezia (33,5 milioni), distanziata da Roma (25,8 milioni) e superata da Milano (11,2) . Eppure, degli oltre 40 milioni di persone hanno visitato nei primi 11 mesi del 2015 i luoghi della cultura statali, superando con un mese di anticipo i numeri dell’intero 2014 (dati Mibact), il dato più appariscente riguarda proprio la Campania, che nel 2015 è la seconda regione d’ Italia più visitata, con 6 milioni di visitatori e 27 milioni di introito. Al primo posto e con molta distanza, il Lazio con 16 milioni di turisti e con 51 milioni di incassi. Al terzo posto la Toscana con 5 milioni di visitatori e 22 milioni di incassi. In Campania la sola provincia di Napoli registra un introito di 24 milioni di euro sui 27 totali e circa 5 milioni di turisti sui 6 totali. In particolare, 22 milioni di euro sono stati raccolti grazie agli oltre 4 milioni di visitatori che hanno affollato monumenti e aree archeologiche tra Pompei ed Ercolano. In termini di fruizione museale, i dati del 2014 sono disponibili solo per alcuni musei, ma la Regione Campania indica un 20% di turisti in più. Piuttosto stabili i flussi turistici alla Grotta azzurra di Capri e al Teatro Antico di Ercolano, così come alla Reggia di Caserta. In ascesa il numero dei visitatori agli Scavi vecchi e nuovi di Pompei, con un picco di 2.600.000 visitatori nel solo 2014 (fonte Ministero Beni culturali).  Tra i siti campani che hanno avuto i maggiori incrementi in assoluto nel 2014 si registra la Tomba di Virgilio nel parco Vergiliano di Piedigrotta (+26%) e il circuito archeologico di Paestum (+7,4%). Numeri in positivo anche per quasi tutti i musei della “Top 30” dei più frequentati del Belpaese, che vede ai primi posti, insieme con il Colosseo di Roma (che ha superato il muro dei 6 milioni di visitatori l’anno, con un incremento del 9,8% rispetto al 2013), anche gli Scavi di Pompei. Se si parla di turismo straniero, invece, la Campania è al settimo posto in Italia ma è prima regione del Sud per turisti internazionali, con 7.976.125 presenze: nel 2015 la regione ha surclassato, per visite dall’estero, Puglia, Calabria, Basilicata e persino Sicilia e Sardegna. Napoli da sola è al settimo posto tra le città italiane più visitate, Positano al sedicesimo.  Gli interventi ad oggi messi in campo si basano essenzialmente su due filoni: uno è la promozione (Settore Sviluppo e Promozione Turismo) e l’altro è l’industria alberghiera. Le strategie di intervento attuano programmi di recupero per la qualificazione, riqualificazione e promozione dei siti in maniera tale da realizzare condizioni adeguate per la produttività, gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro. Inoltre, si sta puntando a consolidare, estendere e riqualificare il patrimonio archeologico, architettonico, storico artistico e paesaggistico. Tra gli interventi che sono stati avviati o realizzati ci sono opere di recupero, conservazione e restauro nell’ottica della gestione integrata dei diversi settori dei Beni culturali.

Il marketing territoriale. Quello di cui ha necessità il territorio è una politica di marketing turistico-territoriale che si avvalga di una strategia integrata pubblico-privata, che realizzi contestualmente l’azione di promozione delle “materie prime” che motivano i turisti a viaggiare, e quella di commercializzazione dei servizi che consentono a questi di fruire del patrimonio artistico, storico e naturale del territorio. Esso è frutto quindi di azioni concorrenti e solidali in tutte le fasi del suo “ciclo”, che va da quella della “confezione” del prodotto-destinazione, fino a quella della promozione e, pur nella diversità di ruoli e competenze, della distribuzione e commercializzazione.

Una seria ed efficiente azione di marketing deve quindi partire dalla gestione delle varie interfacce che compongono il “poliedro turismo”, al fine di organizzare e “vendere” i territori, i sistemi integrati di offerta, non il singolo servizio o la singola risorsa.

La competizione sui mercati turistici non si gioca, come negli altri settori produttivi, fra imprese bensì fra destinazioni, fra tipologie e segmenti di turismo strutturati e interconnessi in una logica sistemica e di rete fra tutti gli attori delle diverse filiere dei “turismi”. Di conseguenza il successo delle imprese turistiche italiane dipende in massima parte dal successo delle destinazioni, nel cui contesto operano o a favore del quale indirizzano le loro attività di commercializzazione.

Non possono quindi le imprese delegare ai soli enti pubblici la responsabilità della promozione, ove questa venga intesa in tutte le sue strategie, tecniche, mezzi e fasi. L’inadeguatezza di mezzi e strategie posti in essere dai soli organismi pubblici si ripercuote in insuccessi, in termini di domanda turistica, a danno soprattutto delle imprese, che devono quindi compartecipare alle strategie e al finanziamento delle attività di marketing in quanto co-produttori e co-organizzatori dell’offerta turistica del territorio. Una corretta ed efficiente strategia di marketing presuppone, quindi, adeguati investimenti anche nella fase di promozione del prodotto-territorio. Occorre prendere atto di questo se si vuole competere con successo sui mercati mondiali.

Imprese, il ruolo strategico delle start-up. Il tessuto imprenditoriale campano mostra segni di rafforzamento nel terzo trimestre del 2015 (dati Unioncamere Campania). Le iscrizioni sono state pari a 8.577 unità, ovvero il 55% in più delle cessioni “non di ufficio”. In particolare, la positività del dato è confermata dal confronto con il terzo trimestre dell’anno precedente: le iscrizioni crescono del 14,2%, mentre le cessioni aumentano solo dell’1,7%. In diminuzione anche la quota dei fallimenti del 5,9% a dispetto del -4,5% su base nazionale.

Interessante notare che le nuove iscrizioni riguardano principalmente start-up di tipo “giovanile” (39%) e l’imprenditoria femminile (27%); una nuova iscrizione su 5, il 20%, riguarda le aziende straniere. La variazione percentuale di crescita delle iscrizioni rispetto al terzo trimestre del 2014 segna valori ragguardevoli: per le imprese femminili raggiunge l’11,7%, mentre per quelle giovanili si ferma al 10,1%. I risultati ottenuti sono particolarmente significativi se si considera che la variazione percentuale su base nazionale si ferma all’1,9% per le imprese femminili e scende al -3,1% per quelle giovanili. Una performance particolarmente brillante interessa le imprese straniere, con una variazione percentuale del 54,1% rispetto al terzo trimestre del 2014, laddove il dato nazionale non sfiora il 14% (13,8%).

In termini di occupazione, da una parte si evidenzia un calo nelle micro aziende del 2,9%, mentre per le piccole, medie e grandi imprese si registra un incremento rispettivamente del 5,5%, del 6,6% e dell’8,4

Il modello Wbo Italcables. Uno dei modelli perseguibili sul fronte delle imprese è quello della Wbo Italcables di Caivano, il primo caso italiano di workers buy out nel settore siderurgico. La società che produce cavi d’acciaio è fallita nel 2013 dopo l’assorbimento cinque anni prima da parte di un gruppo portoghese. Sono stati gli stessi operai ad opporsi alla svendita, costituendosi in cooperativa e rilevando l’impresa. La produzione riavviata ad ottobre ha già dato risultati incoraggianti.

Diversi gli spunti emersi nel corso dell’incontro di LabSud a Napoli. Secondo il Presidente della Fondazione Magna Grecia, On. Nino Foti, il Mezzogiorno è la culla della Magna Grecia e della civiltà occidentale, ma se sulla cultura aveva nel tempo costruito un’autonomia che lo rendeva punto di riferimento, ora si è persa. Oggi viviamo infatti in una ‘secessione di fatto’ che rende ininfluenti le regioni del Sud. La rappresentanza politica non riesce ad essere incisiva anche perchè, al netto delle responsabilità della nostra classe dirigente e amministrativa, a nostro avviso c’è un’intenzionalità dei diversi Governi a non investire nel Sud. Pensiamo ad esempio all’alta velocità: non è plausibile infatti che chi ha progettato questa infrastruttura originariamente non abbia pensato anche ai collegamenti da Napoli in giù, rallentando di fatto lo sviluppo di metà Italia.

Anche nell’ultima Finanziaria, gli interventi per il Sud sono ancora troppo pochi. Dalla centralizzazione del problema del Mezzogiorno e da soluzioni del recente passato, come quella della Cassa del Mezzogiorno, che è stata importante per la ricostruzione del territorio, troviamo invece oggi uno stato di abbandono totale.

Il nostro approccio tuttavia è positivo, sottolinea Foti, puntiamo infatti a costruire uno strumento che riesca ad evidenziare le potenzialità e le positività del nostro territorio. Vogliamo offrire uno stimolo, affinché da qui, dove è nata la cultura e si è costruito un patrimonio che nonostante tutto resiste ancora, possa ripartire la rinascita del nostro Mezzogiorno.

Mentre il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, spiega che l’Istituto è da sempre impegnato per il Sud e per il suo rilancio. L’idea di Labsud, nata dalla proficua collaborazione con la Fondazione Magna Grecia, è quella di offrire alla classe politica dirigente letture, analisi e stimoli per far ripartire il Paese perchè se il Sud non riparte non si può pensare di far ripartire l’Italia.

L’obiettivo di Labsud, spiega ancora Fara, è quello di riportare al centro dell’attenzione pubblica e istituzionale i problemi del Sud. Vogliamo essere degli stimolatori di idee, stimolatori di un nuovo modo di pensare ai problemi del Mezzogiorno.

Il Meridione infatti è vittima di un’errata interpretazione dell’idea di sviluppo. Per molti anni si è pensato che il Sud fosse “l’infanzia del Nord”. Noi crediamo invece che ogni territorio abbia una propria identità che va rispettata e valorizzata. Purtroppo si è scelta nei confronti del Mezzogiorno sempre la strada più breve e forse più redditizia. Penso alla Sardegna, la mia terra, territori splendidi devastati da progetti industriali inadeguati che hanno lasciato ferite profonde. È il Sud è pieno di questi esempi. Lo sviluppo del Mezzogiorno infatti è stato costruito attraverso la creazione di tanti “Frankenstein” che hanno frenato lo sviluppo del territorio. Ora è il momento giusto per dismetterli e puntare su un altro modello di sviluppo. Il mezzogiorno non ha bisogno dell’elemosina perchè ha tutte le carte in regola, le risorse le potenzialità per ripartire. Lo Stato centrale ha il dovere di annullare il dislivello che il Sud soffre rispetto al resto del Paese. Mettendo in campo le migliori risorse che il territorio esprime e il recuperando il gap esistente potremmo trasformare la nostra potenza in energia.

A seguire l’intervento dell’avv. Giuseppe Romano che ha voluto portare come contributo al dibattito la propria esperienza alla presidenza dell’Area di Sviluppo Industriale di Napoli iniziata ad aprile scorso: “Abbiamo cercato di creare sviluppo prendendo le aree industriali disponibili negli agglomerati rendendoli appetibili per le imprese. Chi ci ha preceduto pensava che questa fosse una scommessa persa in partenza. I dati dicono che in pochi mesi siamo stati in grado di risanare il bilancio recuperando 48 milioni di euro e risanato la precedente difficile situazione del Consorzio. E ora abbiamo oltre 50 imprese pronte a richiedere l’assegnazione di queste aree. Questo significa fare sviluppo. Questa riteniamo possa essere una buona pratica da prendere ad esempio per rilanciare il nostro territorio. Anche il progetto di Labsud, al quale abbiamo convintamente aderito sin da subito, va in questa direzione, e siamo certi che sia quella giusta. Potremo risollevare il Meridione solamente quando si concentrano le migliori energie in maniera propositiva per raggiungere obiettivi concreti. E questa di Labsud può essere un’importante occasione”.

Antonio Falcone, Sindaco di San Vitaliano, ha invece messo l’accento sulla necessità che il Mezzogiorno torni a riappropriarsi della propria identità e ha illustrato l’iniziativa che sta per cercare di rimettere in movimento lo sviluppo del territorio: la costruzione di una rete intercomunale dove possano convergere e convivere le diverse realtà imprenditoriali. Insomma si tratta di unire le forze.

Mentre Felice Di Maiolo, Sindaco di Mariglianella, denuncia: “Siamo in prima linea per risolvere i problemi dei nostri cittadini ma le difficoltà sono enormi anche perché siamo abbandonati dalle Istituzioni. Siamo favorevoli ad iniziative come questa e speriamo possano costituire un tassello importante per la nostra crescita”.

Pasquale Piccolo, Sindaco di Somma Vesuviana è ancora più diretto: “Visto l’attuale contesto politico non possiamo farcela da soli. Ringrazio per questa vostra iniziativa, Labsud, che ci permette di gettare le basi per un percorso comune, ma è necessario riuscire a trovare ascolto presso il Governo centrale”.

Il Sindaco di Scisciano, Eduardo Serpico, ribadisce infine che occorre andare al di là delle appartenenze politiche e unire le forze per fare sistema e portare avanti progetti comuni che possano qualificare il nostro territorio.

 


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