Digital divide e accesso alla rete. La Fondazione Magna Grecia ha promosso una serie di iniziative volte a stimolare la discussione sul tema. I convegni di Agrigento e Reggio Calabria

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digital divide
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Digital divide è il termine tecnico utilizzato in riferimento alle disuguaglianze nell’accesso e nell’utilizzo delle tecnologie della Società dell’informazione e della comunicazione ICT.
Divario, disparità, disuguaglianza digitale significano in sostanza
la difficoltà di alcune categorie sociali, o di interi Paesi, di usufruire di tecnologie che utilizzano una codifica dei dati di tipo digitale rispetto ad un altro tipo di codi ca precedente, quella analogica. La definizione digital divide racchiude in sé complesse problematiche che coinvolgono tutti gli aspetti della vita di una comunità: economici, culturali, sociali. Apparso per la prima volta all’inizio degli anni novanta negli Stati Uniti in alcuni studi che indicavano come il possesso di personal computer aumentasse solo per alcuni gruppi etnici, il concetto di Digital divide è poi entrato nell’uso comune quando il presidente democratico americano Bill Clinton e il suo vice Al Gore lo hanno utilizzato durante un discorso tenuto nel 1996 a Knoxville, in Tennessee. In quell’occasione, l’amministrazione statunitense sottolineò la disparità di accesso ai servizi telematici tra la popolazione del paese.

A partire dagli anni 1999 – 2000 però, il gap digitale cessa di essere un problema esclusivamente statunitense per assumere dimensioni sempre più ampie anche negli altri paesi, cosicché in Italia, ad esempio, si è affermato
nel corso degli anni un quadro tutt’altro che rassicurante.
 Al 2010 infatti, il numero di italiani del tutto privi di copertura on line è di 2,3 milioni, un numero che raggiunge quota 23 milioni (il 38% della popolazione), se si considerano i servizi d’accesso più tecnologici in grado di consentire fino a 100 Megabit al secondo.

Più di un milione e mezzo infatti sono le case che non sono raggiunte dalla banda larga, e per quasi tre milioni di esse si naviga al massimo a 2 megabit al secondo mentre la velocità media di download delle connessioni a banda larga è di 4.1 megabyte
al secondo, circa la metà di quanto viene promesso (a certe condizioni e con innumerevoli limitazioni) dai maggiori Internet Service Provider. In sintesi quindi, nel nostro Paese, coesistono vari gradi di digital divide: un digital divide infrastrutturale totale, cioè la completa esclusione dalla banda larga, in quanto le centrali o non sono collegate in bra ottica o hanno apparati trasmissivi che non consentono di erogare neanche una banda minima di 1Mbps, la ADSL con velocità di collegamento di 640 Kbps; un secondo tipo di digital divide, denominato di prima generazione, che si verifica dove le connessioni non superano i 7 Mbps; un terzo tipo di digital divide, detto di seconda generazione, che si verifica in mancanza

di connessioni di tipo ADSL2+ con velocità superiori ai 20Mbps. Quart’ultimo tipo di digital divide, di terza generazione, marginale oggi ma destinato ad assumere grande rilevanza nel futuro prossimo è quello relativo alla mancanza di collegamenti in fibra ottica. In questa circostanza l’ammodernamento della rete ha avuto come protagonista la Infratel, una società di scopo appositamente costituita per realizzare le infrastrutture da mettere a disposizione agli operatori per l’erogazione di servizi avanzati. Con una dotazione di circa 400 milioni di euro gli interventi hanno riguardato principalmente collegamenti in fibra ottica tra le centrali telefoniche portando la banda larga nelle zone non servite: nelle regioni meridionali, tra il 2005 e il 2008 sono stati posti in opera quasi 1900 km di cavi in bra ottica ma nonostante gli sforzi profusi, la riduzione del divario digitale all’interno del Paese dal 2004 al 2009, ha coperto solo un ulteriore 5% della popolazione.

La situazione attuale

Il consueto Rapporto Svimez, presentato lo scorso 27 Settembre, offre una fotografia dettagliata sull’attuale situazione della nostra realtà nazionale, con un focus specifico sul Mezzogiorno.
Secondo i dati presentati, le statistiche internazionali sono coerenti nell’evidenziare il ritardo del nostro Paese nella dotazione e utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. L’indicatore elaborato dal World Economic Forum per analizzare le potenzialità di crescita dei sistemi economici attraverso la valutazione dei principali fattori di competitività, il Global Competitiveness Index (GCI), colloca l’Italia al 48mo posto (su 139 paesi) tuttavia, tra i vari sottoindici, posiziona il nostro Paese al 32mo posto per quanto riguarda la generalità dei fattori di innovazione tecnologica e, contemporaneamente, al 117mo posto per domanda di prodotti hi-tech da parte della P.A.

Il Networked Readiness Index, elaborato sempre dal World economic Forum nell’ambito del Global Information Technology Report per misurare la propensione a sfruttare le opportunità offerte dalle ICT e l’impatto della società dell’informazione sulla competitività del Paese, colloca l’Italia al 48mo posto su 133 paesi: con un panel di indicatori diversi anche in questo caso emerge in particolare il ritardo della P.A. nell’utilizzo delle nuove tecnologie, pur in presenza di valori più positivi riguardo la loro adozione da parte di famiglie e imprese.

Altra particolarità che riguarda il nostro Paese è che il fenomeno internet è esclusivo appannaggio delle giovani generazioni, soprattutto di sesso maschile: la percentuale di coloro che utilizzano internet e hanno più di 55 anni, infatti, è del 13%, a fronte di una media europea del 25% (simile al dato italiano è quello relativo alla Spagna, 15%) ed è distante dai valori riferiti alle nazioni europee più informatizzate: in Francia sono il 36%, in Germania sono il 38%, nel Regno Unito addiritura il 44%. La percentuale di donne con gli che utilizzano internet è ferma, in Italia, al 32%, in vistosa crescita rispetto al 2005 (15%), ma molto lontana dalla media europea (60% circa) e dalle nazioni più informatizzate, Francia 64%, Germania 71%, Regno Unito 66% o della stessa Spagna, 53%. Si conferma, per il nostro Paese, la mancanza di un sistematico e diffuso processo di formazione continua, strumento indispensabile nella società della conoscenza, che nella maggior parte dei casi nisce per essere delegato alla passione e all’iniziativa personale. Tra il 2006 e il 2010 l’accesso ad internet, a livello nazionale, è passato dal 38,8% al 52,4%, con un contemporaneo incremento della connessione a banda larga rispetto alla connessione tramite linea tradizionale o ISDN. In generale quindi dal 2000 al 2010, secondo varie fonti statistiche (tra le quali Nielsen- Netrating e ITU, agenzia delle Nazioni Unite per l’ICT) gli utenti internet in Italia sono passati da circa 13 milioni a oltre 30 milioni. Gli italiani rappresentano l’8,9% degli utenti dell’eU27 e hanno fatto registrare, dal 2000 al 2011, un incremento del 127,5%.

Il tasso di penetrazione (la quota di utenti sulla popolazione) vede in ne ai primi posti le nazioni scandinave e del Nord Europa con Danimarca, Svezia e Olanda che registrano quote di diffusione superiori all’85%; la maggior parte delle nazioni dell’est europeo hanno conquistato la parte centrale della classifica relegando al quint’ultimo posto l’italia (49,2% di utenti sul totale della popolazione) seguita da Portogallo, Bulgaria, Grecia Cipro e Romania.

Le realtà locali

L’indagine multiscopo ISTAT su «Le tecnologie dell’informazione
e della comunicazione: disponibilità nelle famiglie e utilizzo degli individui», elaborata su un campione di oltre 19 mila famiglie (49
mila persone), offre invece una fotografia aggiornata delle dotazioni
e delle capacità di utilizzo delle tecnologie informatiche nelle diverse aree del Paese. In base a questa indagine, il possesso di un personal computer è passato, a livello nazionale, dal 16,7% delle famiglie (14,3% nel Meridione e 11% nelle Isole) censito nel 1997 al 57,6% nel 2010 (51,8% nel Meridione e 53,5% nelle Isole). L’accesso ad internet, che nel 1997 era appannaggio del 2,3% delle famiglie italiane, nel 2010 è dotazione comune del 52,4% delle famiglie con una diffusione che supera il 55% al Nord mentre al Sud si attesta a poco più del 47% (erano il 32,5% nel 2006). Tra le regioni va segnalata l’Abruzzo che ha fatto registrare una quota superiore al valore nazionale e la Sicilia che ha quasi raddoppiato la quota di fami glie con accesso ad internet. Rilevante tuttavia, specialmente al Sud, la quota delle famiglie connesse tramite linee tradizionali o ISDN: il 25% in Molise, il 17,7% in Campania, il 15% in Puglia.

La connessione a banda larga è disponibile per il43,4% delle famiglie a livello nazionale nel 2010, conun differenziale di circa 10 punti percentuali tra i valori relativi al nord e quelli del Sud.La connessione di tipo tradizionale ha subito, come è naturale, una forte flessione passando dal 21,6% al 6,1% a livello nazionale; nel Meridione, ancora nel 2010, continua a segnare una quota non marginale (7,5%), principalmente per l’assenza in alcune zone di alternative più veloci e di capacità: a causa di tale handicap tali zone sono escluse dall’utilizzo di servizi avanzati.
Si registra negli ultimi anni un aumento piuttosto importante
della connessione di tipo DSL, con tutte le sue implementazioni: l’incremento maggiore nel periodo 2008-2010, 42%, è ascrivibile alla ripartizione meridionale; c’è da dire, però che nel resto del paese il passaggio alle linee DSL era avvenuto prima del 2008. Nonostante tale crescita, nelle regioni meridionali vengono ancora molto usate linee tradizionali (con modem) o
al massimo ISDN mentre, sia per mancanza di offerta sia per la lentezza degli ammodernamenti della rete, il passaggio alle linee

ad alta velocità/capacità stenta a decollare.
Nello specifico della popolazione italiana, una tra le più importanti disuguaglianze digitali è quella generazionale e segna la differenza tra i «nativi digitali», coloro che sono nati dopo l’avvento delle nuove tecnologie, e gli «immigrati digitali», coloro, cioè, che hanno dovuto integrarsi nel nuovo mondo generato dall’adozione delle ICT. La linea di con ne fra queste due categorie, si raggiunge
alla soglia di età 35-44; da questo punto in poi l’accesso e la fruizione digitale decrescono rapidamente no a raggiungere
livelli minimi tra gli anziani che scontano, rispetto alle classi più giovani, livelli inferiori di istruzione e meno orientati alle materie tecnico-scienti che nonché la mancanza di azioni specifiche volte a promuovere la loro alfabetizzazione informatica.
emerge, inoltre, un divario digitale di genere che, quasi inesistente tra bambini e giovani in età scolare, tende ad aumentare, in maniera piuttosto importante, con l’età: a partire dai venti anni circa la differenza tra maschi e femmine si fa importante raggiungendo un differenziale che supera i 45 punti percentuali, con punte anche di 50, nelle tre classi finali.

Proposte concrete per ridare slancio al settore tecnologico: l’impegno della FMG

Per provare a dare un contributo alla soluzione delle diverse problematiche evidenziate, la Fondazione Magna Grecia ha promosso una serie di iniziative volte a stimolare la discussione sul tema. in particolare, nelle città di Agrigento e Reggio Calabria, sono stati proposti due convegni dal titolo “innovazione tecnologica e sviluppo del territorio: Digital divide ed accesso alla rete”, andati in scena rispettivamente il 23 settembre e il 21 ottobre scorsi.

Al primo dei due eventi, organizzato in collaborazione con Fastweb, il Consorzio universitario della Provincia di Agrigento, il Comitato parlamentari per l’innovazione tecnologica e lo sviluppo sostenibile, la Camera di commercio di Agrigento e Confindustria Agrigento, hanno partecipato oltre all’On. Nino Foti, Presidente Fondazione Magna Grecia, il Prof. Joseph Mifsud, Presidente Consorzio Universitario della Provincia di Agrigento, l’On. Vincenzo Fontana, Consigliere di amministrazione Fondazione Magna Grecia, il Dr. Salvatore Pezzino, Giornalista, Direttore editoriale del quotidiano on line www.perlacitta.it, il Dr. Giuseppe Catanzaro, Presidente Confindustria Agrigento, il Dr. Calogero Firetto, Sindaco Porto Empedocle, il Prof. Roberto Lagalla, Magnifico Rettore Università degli studi di Palermo, il Dr. Vittorio Messina, Presidente Camera Commercio Agrigento, l’On. Silvano Moffa, Presidente COPIT, Presidente XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) della Camera dei Deputati, il Dr. Roberto Scrivo, Direttore Relazioni Istituzionali Fastweb S.p.A., l’On. Mario Tassone, Consigliere di amministrazione Fondazione Magna Grecia, e l’On. Mario Valducci, Presidente IX Commissione della Camera dei Deputati (Trasporti, Poste e Telecomunicazioni). Molto interessanti e diversificati
nei contenuti, i contributi dei vari relatori hanno una fornito una trattazione approfondita dell’argomento. Ad introdurre l’incontro, presso l’Aula magna “Luca Crescente” del Consorzio universitario di Agrigento, è stato l’On. Vincenzo Fontana. “L’innovazione tecnologica – ha detto Fontana – è oggi condizione strategica
per lo sviluppo competitivo non più dei singoli soggetti economici ma dell’intero sistema territoriale. Non è un caso, infatti, che la promozione, la valorizzazione e la diffusione della ricerca e dell’innovazione per la competitività siano state indicate come priorità nel quadro strategico nazionale per la politica regionale di sviluppo 2007-2013. e non è un caso – ha aggiunto il parlamentare agrigentino del Pdl – che sia stata scelta la città di Agrigento come sede per l’incontro, atteso che le università hanno la possibilità di sviluppare e trasferire direttamente tecnologie e soluzioni innovative per le realtà territoriali”. “Se lo sviluppo del territorio –
ha sottolineato quindi il Prof. Roberto Lagalla – è dunque divenuto l’obiettivo principale sul quale far convergere competenze e nuove opportunità, nel quadro contemporaneo delle politiche di sviluppo locale, le Università sono chiamate ad assolvere alcuni compiti essenziali, tra i quali quello di garantire una partecipazione attiva alle traiettorie di sviluppo del contesto territoriale in cui queste si trovano ad operare”. Per l’On. Mario Tassone, un ruolo importante deve essere assunto da una componente sociale, che agisca
sulla base delle conoscenze e delle risorse umane disponibili
sul territorio, al ne di raggiungere scopi e obiettivi condivisi
dalla comunità. Ma che si occupi anche di valorizzare le risorse, estendendone la consapevolezza attraverso forme di comunicazione che coinvolgono i diversi soggetti attivi locali. Una differenza che nasce dal diverso modo di concepire il bene pubblico, quindi da un fattore culturale, e che vuole trovare il modo di rispondere ai diversi bisogni senza sfruttare o inaridire le risorse territoriali, ma al contrario valorizzandole”.

L’ On. Nino Foti, Presidente Fondazione Magna Grecia, ha poi sottolineato come “Nella nuova direzione appena tracciata, l’intelligenza territoriale potrebbe favorire un’organizzazione innovativa, di rete, delle informazioni e delle conoscenze utili per lo sviluppo e la competitività di un territorio”, mentre sempre sugli stessi toni si è espresso il Dr. Roberto Scrivo, che ha parlato della “necessità di de nire un nuovo paradigma”. In tutti gli interventi degli altri partecipanti, si è discusso in seguito della necessità di un processo innovativo teso a sviluppare l’intelligenza territoriale e, quindi, a raccogliere informazioni e dati, a utilizzare strumenti per la loro analisi e diffusione, con l’obiettivo di accrescere il livello di conoscenza delle persone e delle organizzazioni, e utilizzare questa opportunità nella ricerca di strategie per lo sviluppo, mentre l’On. Silvano Moffa ha spiegato che “Agire nella direzione discussa significherebbe intervenire in modo diretto sulla qualità della vita e sul futuro dei cittadini, offrendo un’opportunità di crescita alle imprese e a tutto il sistema produttivo”. Le conclusioni invece sono state affidate alle parole dell’ On. Mario Valducci. “Troppe persone vivono ancora oggi – ha detto Valducci – in una condizione di vero e proprio ‘apartheid digitale’, che significa disparità d’accesso alla vita, alle informazioni, alle opportunità del nuovo Millennio. La libertà di accesso alle nuove tecnologie rappresenta, allora, una s da di crescita sociale e di democrazia. Inoltre, la diffusione di Internet come tecnologia sociale signi chi far crescere la qualità della vita, la coesione territoriale, la forza di inclusione di una comunità”.

Il secondo appuntamento sul tema, organizzato sempre dalla “Fondazione Magna Grecia” con la collaborazione di Fastweb, del COPIT Comitato parlamentari per l’innovazione tecnologica e lo sviluppo sostenibile, della Camera di Commercio di Reggio Calabria, di Confindustria Calabria e il patrocinio dell’Amministrazione Provinciale, è andato invece in scena nella sala delle conferenze di Palazzo Foti a Reggio Calabria. Anche in questa circostanza gli interventi presentati hanno offerto diversi spunti sull’argomento.

A dare il via ai lavori è stato il Presidente della Fondazione Magna Grecia, l’On Nino Foti, che ha evidenziato come la stessa Fondazione stia insistendo con grande convinzione sul tema del Digital Divide, spiegando anche quali siano in termini concreti gli obiettivi di questo impegno: “Stiamo affrontando questi argomenti – ha spiegato l’On. Foti – un po’ in tutta Italia sempre con il sostegno di altri deputati, alfine di elaborare poi dei veri e propri atti legislativi o azioni concrete che possano dare slancio a questo settore”.

Dopo gli interventi del presidente della Provincia, Dr. Giuseppe Raffa e del vicepresidente del Consiglio regionale, Dr. Alessandro Nicolò, la parola è passata al Dr. Lucio Dattola, presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria, che sulla questione del ritardo italiano non è sembrato avere dubbi: “Per renderci conto della portata di questo ritardo, – ha affermato –basterebbe pensare che come informazione e innovazione tecnologica siamo dietro alla Grecia e al Portogallo”. Citando poi un dato specifico ha continuato, “Se non si interverrà con decisione, il divario digitale continuerà a penalizzarci, come testimoniato, ad esempio, dalla scarsa attenzione delle amministrazioni calabresi a iniziative importanti come l’istituzione dello Sportello Unico delle Attività Produttive (S.U.A.P.) che vede più della metà dei comuni calabresi non ancora accreditate”. Al confronto, coordinato dalla giornalista Teresa Munari, ha preso parte anche il responsabile Relazioni Istituzionali Fastweb S.p.A. Dr. Roberto Scrivo che ha però osservato come “Da un punto di vista infrastrutturale, la Calabria ha una situazione in linea con il resto del paese, la copertura in fibre ottiche si attesta ad oggi intorno al 60%, tutti i capoluoghi ne sono provvisti, restano ancora da potenziare alcune aree periferiche dove però è necessaria una domanda piuttosto forte. Il ritardo semmai – ha aggiunto Scrivo – riguarda l’utilizzo della banda larga e la consapevolezza da parte di cittadini, imprese e pubblica amministrazione che la tecnologia può rappresentare davvero lo strumento più facile per colmare il gap”.

L’On. Vincenzo Garofalo, componente della Commissione trasporti, poste e telecomunicazioni in ne, ha evidenziato alcuni aspetti della natura di questa iniziativa proposta dalla FMG, sottolineando come, da messinese, sia contento di operare con i colleghi reggini per un progetto che deve vedere unite due comunità in politiche di crescita condivise” e concludendo i lavori, si è inoltre detto “contrario al catastrofismo tipico di questi tempi, anche perché ciò ci impedisce di individuare la cura più idonea. La banda larga e il connesso sistema di informazioni che corre sulla rete, è la più grande infrastruttura realizzata negli ultimi anni. Oggi però è necessario mettere in campo tutte le forze disponibili, nel pubblico e nel privato, per questo in commissione sin da inizio legislatura, abbiamo avviato un confronto con i principali operatori del settore”.

Gli sviluppi futuri: superare il digital divide per favorire la crescita del Paese.

Realizzare uno sviluppo sostenibile, inclusivo e basato sull’economia della conoscenza è il pressante invito rivolto dalla Commissione europea agli Stati membri in europa 2020; la condizione primaria è garantire a tutti l’accesso alla banda larga entro il 2013 e l’accesso a velocità di internet nettamente superiori (30 Mbps o più) entro il 2020, assicurando che almeno il 50% delle famiglie europee si abboni a connessioni internet di oltre 100 Mbps. In tal senso, il superamento del Digital Divide, rappresenta una delle più importanti iniziative di settore che vedono attualmente impegnati gli attori principali del mondo delle telecomunicazioni, dalle istituzioni quali il Ministero dello Sviluppo economico, l’AGCOM e gli enti locali ai privati.

Si tratta di realtà che sono di fatto fortemente interconnesse fra di loro e presentano un forte denominatore comune: la digitalizzazione e la dematerializzazione di gran parte dell’informazione che regola quotidianamente la nostra vita sociale con un impatto che ribalta completamente vecchi paradigmi. L’Italia, come conferma il presidente dell’AGCOM Corrado Calabrò, nella sua relazione annuale, continua a muoversi a rilento perché, anche dove l’offerta di connessioni ultra-veloci c’è, non è che gli utenti arrivino a frotte e, tra un tavolo tecnico e l’altro, si discute ancora delle regole del gioco. D’altro canto, Calabrò insiste, sottolineando che la banda larga ha bisogno di incentivi ed è volano di crescita economica. Proprio quello di cui l’Italia ha bisogno. Si prevede almeno 1 punto di Pil per ogni 10% di diffusione della banda larga, secondo la Banca Mondiale, e circa 30 miliardi all’anno, a regime per l’Italia, di risparmi grazie a telelavoro, e-commerce, gestione energetica intelligente, secondo stime di Confindustria. Avere un piano è dunque fondamentale, ricordando che se determinante è la spinta delle applicazioni dell’e-government queste a loro volta richiedono che la generalità della cittadinanza possa accedervi. Nel contesto italiano poi, vanno considerate le sfaccettature relative alle diverse realtà locali,

anche se, come detto, non sembrano esserci, da questo punto di vista, profonde differenze tra Sud e Nord, sebbene nel Meridione i ritardi nello sviluppo delle infrastrutture e nell’iter per colmare il gap culturale della popolazione verso le potenzialità del web, siano senza dubbio più marcati rispetto a buona parte delle realtà settentrionali. Se le regioni del Centro-Nord sono più avanti negli investimenti, anche al Sud si registrano casi di rilievo, soprattutto in Puglia e in Sicilia, di piccole imprese che puntano sull’e-commerce attraverso la banda larga. Ma la strada da percorrere per porsi almeno nella scia delle realtà nordeuropee è ancora lunga. In questo quadro generale le amministrazioni locali possono giocare il ruolo più rilevante per lo sblocco degli investimenti. L’approccio è però ancora molto scarso perché esiste un problema culturale, relativo ad una classe dirigente che non ha ancora ben compreso che oggi il progresso sociale di un popolo passa dall’efficienza e dalla diffusione del web. Per questo, l’accesso a internet attraverso la banda larga deve diventare un servizio per tutti, come si diceva verso la metà del secolo scorso a proposito del telefono per le aree del Paese non ancora raggiunte dalle linee. Puntare sulle nuove telecomunicazioni semplificherebbe le pratiche amministrative, accorciando la distanza tra amministratore e amministrato, renderebbe più rapido l’accesso ai servizi pubblici attraverso

la Rete e aumenterebbe l’efficienza e i risparmi, ad esempio, anche nel sistema sanitario, cioè nel comparto che movimenta la maggior spesa delle Regioni. La competitività sul versante delle infrastrutture di rete dovrà dunque essere una s da primaria per imprese e istituzioni pubbliche, un impegno da portare avanti per favorire la crescita economica del nostro Paese e salvaguardarne il futuro sociale.

 

 


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