Il significato della Magna Grecia nello sviluppo del mezzogiorno

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di Rocco Caporale

Il programma dell’Associazione Internazionale Magna Grecia diretto a rievocare la storia e la cultura di quel periodo potrebbe sembrare una azione anacronistica e controproducente. La storia di quei tempi, infatti, presenta spesso l’immagine di un Mezzogiorno colonizzato e legato a una civiltà greca molto più avanzata ed espansionistica delle comunità italiane del retroterra meridionale.

In realtà il ritorno alla fase magnogreca ha un profondo significato di riscoperta e di nuovo apprezzamento del periodo più illustre nella storia del Mezzogiorno, in quanto solo durante questa epoca il Mezzogiorno godette di quella autonomia politico-culturale che fu la base dello sviluppo di una delle più illustri civiltà mediterranee, e che sfortunatamente le fu negata nei secoli seguenti, specialmente dopo l’unificazione.

Il periodo Magna Grecia è prova schiacciante della capacità del Mezzogiorno di sviluppare una cultura di avanguardia, che non solo apportò un contributo notevole alla civiltà occidentale ma dimostrò in modo irrefutabile la valenza economica del Mezzogiorno, quando questo ha potuto godere di un minimo di autonomia politico-culturale.

Rispetto poi agli ultimi decenni di storia meridionale, nei quali il fenomeno “emigrazione” dimensiona in gran parte l’immagine del Mezzogiorno, il periodo Magna Grecia capovolge questa nozione e fa capire tutta la drammaticità della condizione di sottosviluppo nella quale il Mezzogiorno è stato relegato per secoli.

Al tempo della Magna Grecia, infatti, le aree di maggiore emigrazione dei giorni nostri erano considerate arce di immigrazione. Il Mezzogiorno era l’America di allora, la terra promessa e abbondante, il sogno non solo dei coloni in cerca di terra da coltivare, ma anche degli intellettuali, degli artisti e degli innovatori politici in ceca di paesi liberi dove tentare gli esperimenti di vita sociale ed economica che erano inconcepibili nella Grecia tradizionalista.

Questa caratteristica fondamentale del periodo Magna Grecia è stata convenientemente ignorata non solo dagli scrittori, ma soprattutto dai nostri politici e da taluni meridionalisti, i quali continuano a considerare il Mezzogiorno come colonia e dipendenza, in quanto il Mezzogiorno si dimostra, a loro parere, incapace di uno sviluppo economico e culturale autogestito. Gli stessi politici, scrittori e meridionalisti preferiscono ignorare il significato di un altro messaggio storico più recente e ancora più chiaro, e cioè il ‘‘miracolo” dello sviluppo economico e sociale delle comunità di emigrati meridionali in paesi come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, Argentina, Uruguay, Brasile, ecc. e cioè in un contesto socio-culturale di “autonomia” e di razionalità rispetto alle condizioni politico-economiche di dipendenza e di clientelismo che prevalgono nell’Italia meridionale.

Il messaggio che emerge da queste due fasi storiche del Mezzogiorno è molto chiaro: l’articolazione del Mezzogiorno col sistema socio-economico-culturale della nazione italiana costituisce la condizione storica del suo sottosviluppo. Pertanto il “problema Mezzogiorno”, che ha ora acquisito una valenza propria capace di nullificare ogni forma di intervento, persisterà finché questa terra non riscopra la sua capacità di autogestione sociale ed economica. Ecco perché questo “revival” della coscienza magno greca sia tra i meridionali che tra gli Italiani emigrati all’estero (la maggior parte dei quali sono oriundi della Magna Grecia) rappresenta un momento cruciale e pregnante, capace di indurre un salto di qualità sia nel modo di impostare che nel modo di gestire il problema meridionale.


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Fondazione Magna Grecia