Di un “sentimento contemporaneo” della Magna Grecia

Di un “sentimento contemporaneo” della Magna Grecia

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di Gabriele De Rosa

E’ ormai trascorso un quarto di secolo da quando incominciai a percorrere quelle terre del Mezzogiorno, che una volta facevano parte della Magna Grecia. Ero mosso, in queste mie peregrinazioni, da desiderio di cercare fondi archivistici che mi potessero servire a rileggere, come si diceva allora, dalla base, la storia del Mezzogiorno. Non cercavo i grandi archivi di Stato o diocesani, che hanno sempre costituito per gli studiosi e anche per me, la premessa indispensabile per ogni storia documentata; cercavo gli archivi periferici, soprattutto delle piccole diocesi e delle parrocchie, perchè supponevo che esse dovessero offrirmi il materiale adatto a capire meglio la storia di quelle terre, che sembravano escluse dalla circolarità del pensiero, dell’economia, e della politica dell’età moderna.

Anni e anni di scavi in archivi di carte che pochi o anche nessuno, da lunghissimo tempo aveva studiato. Non che arrivassi a qualche scoperta rivoluzionaria, di documenti o di opere importanti ritenute disperse; il materiale, anzi, che cadeva sotto le mie lenti, non presentava caratteri di grande novità, si poteva dire che era monotono: si andava dalla serie dei libri parrocchiali agli stati d’anime ai manoscritti delle visite pastorali ai processi per magia agli atti sinodali c così di seguito, un materiale che gli storici e i demografi conoscono bene. Ma la peculiarità consisteva nel fatto che la lettura di quei documenti, per lo più ecclesiastici, consentiva di riprendere e di riscrivere una storia religiosa molto concreta, una storia religiosa che non si esauriva nel dibattito giurisdizionalista e nel conflitto fra il potere ecclesiastico c quello civile, ma si allargava alla vita di pietà, e di una pietà che aveva i suoi riferimenti storici anche nella vita economica, nelle consuetudini locali fissate negli Statuti delle Università, nel ruolo del clero “ricettizio” e nel suo rapporto con le famiglie gentilizie locali, nella permanenza di mentalità e di linguaggi, che rinviavano ad antiche culture, rimaste come depositi inconsapevoli nella vita delle comunità locali. Nel corso di queste peregrinazioni, non mi fermavo solo negli archivi: cercavo nei nomi, nella toponomastica del paesaggio la conferma di certe permanenze anche culturali.

Agli inizi delle ricerche ho privilegiato la zona del Cilento, di un fascino rarissimo, forse unico al mondo, che coinvolge cuore e intelletto insieme appena ci si avvicina a quella incredibile progressione, a salti, di civiltà e di culture, di pietà antichissima e di metafisica, di scienza ed arte che si consumò lungo questa striscia di terra, lutto sommato, di pochi chilometri, dal mondo antico fino all’alto medioevo, dai collegi eleatici di fisici alle pievi rurali e alla minuta rete confraternale di Maratea, Lauria e Policastro. A cominciare dal Mereurion salendo su per i luoghi, profumati dalle straordinarie distese di cedri, di San Francesco di Paola, rientrando ancora nell’antico, con la misteriosa Blanda e con Velia ed ancora fino a Paestum si accumulavano in una successione lenta di stratificazioni culturali e religiose diversissime le esperienze di questo straordinario viaggio, che aveva nel monte Bulgheria, almeno per me, il suo culmine. La Magna Grecia non era solo un luogo di monumenti, di colonne, di templi, di are, di vie, di incontri e commerci fervidi di italioti e focei, ma era anche un sentimento di lontananza, il sentimento di qualcosa che ci appartiene, come ci appartiene l’acqua, Paria, in una muta contestazione con la ragione storica, con le leggi della ricerca, con la severa misura del tempo (le periodizzazioni!), con la stessa filologia. Ho parlato di una progressione a salti: vorrei riferirmi a certe cesure della storia, a certe cadute nel silenzio, quando non ci sono nè monumenti, nè pergamene, nè carte che ci spieghino certi silenzi. Penso ai secoli fra VI e VITI d.c.: le terre della Magna Grecia con le loro paludi e con le paurose cadute demografiche, sembrano morte.

Ma ecco, fra una scorribanda e l’altra di saraceni, appaiono i monaci basiliani, i monaci di San Nilo, che trasformano le montagne in celle di preghiera. Parlano ancora e cantano in greco. Dopo l’XI secolo, sembra sopravvenga un’altra e più lunga cesura: si direbbe una storia di sopravvivenze, di autoconsumi, di povere strutture quotidiane. Ma su questi aspetti della ricerca tornerò più in là: ora vorrei spiegare per quali “incidenti di percorso” il nostro interesse per la storia contemporanea abbia mutato a poco a poco segno e dimensione cronologica: sia diventata, strada facendo, sempre più una sorta di compromesso con temi e argomenti di periodi più lontani, meno contemporanei.

Molto spesso, in questi viaggi esplorativi amavo accompagnarmi con un personaggio singolare, l’archeologo Mario Napoli, al quale dobbiamo gli scavi più importanti di questo secondo dopoguerra per la storia della Magna Grecia: la Porta Rosa di Velia e gli affreschi delle tombe di Paestum.

Per uno storico modernista e contemporaneista, quale è il sottoscritto, potrebbe sembrare veramente strano l’accostamento ad un archeologo e ai risultati dell’archeologia, ma, come ho avuto già la ventura di dire al convegno nazionale di archeologia che si tenne a Maratea nel 1983, sotto la presidenza dell’amico Pugliese Carratelli, credo poco allo storico tradizionale, che periodizza secondo lo schema classico: storia antica, storia medievale, storia moderna, storia contemporanea. La storia settorializzata non mi ha mai convinto e ritengo che, specialmente per aree come questa del Mezzogiorno, il problema sia sempre sostanzialmente diverso: quando ci collochiamo sul piano dei comportamenti sociali e psicologici collettivi o, come amano dire i francesi, della mentalità, le date politiche ci stanno strette: certi processi di trasformazione sono molto lenti e richiedono il recupero di dimensioni sociali profondamente stratificate.

E mia radicata convinzione che la storia del Mezzogiorno occorre viverla anche come esperienza civile, umana e culturale, verificata, per altro, sul posto e questa “verifica” porta dritto alla affermazione che molta parte della questione meridionale non si spiega senza una piena consapevolezza del significato di tempo storico per il Sud.

Quando avviammo le nostre ricerche nel Mezzogiorno avevamo alle nostre spalle la grande, prestigiosa, nutrita letteratura meridionalista: da Francesco Saverio Nitti a Gaetano Salvemini, a Luigi Sturzo, a Antonio Gramsci. Ci sembrava di non potere dire nulla di nuovo rispetto a quella tradizione di classici del pensiero politico del Mezzogiorno, se non mettendoci nella condizione di scrupolosi glossatori del già edito. E’ vero che con la fine della seconda guerra mondiale erano scesi in campo anche i grandi partiti di massa e che ciò che si credeva già morto, l’eterna questione agraria, tornò a rivivere e ad alimentarsi di forti componenti ideologiche. Oggi potrà sembrare veramente un anacronismo che si combattesse allora in Italia per la riforma agraria, per la piccola e media proprietà contadina, cooperativizzata o meno, quando si era alla vigilia della grande rivoluzione industriale, i cui effetti si sarebbero ripercossi anche sulle nostre terre. Facevamo storia, an-dando contro la storia! Il fascismo era finito come governo, come stato, come politica: tuttavia fra i partiti era una lotta accanita come se esso ancora sopravvivesse sotto mentite spoglie.

Furono gli anni della massima ideologizzazione della cultura storica: molti scrivevano avendo già deciso al tavolino che cosa dire; si cercava cioè nella realtà una conferma di quanto già si era ideologicamente definito. Si arrivò a sostenere che la storia era inutile se non serviva a fare la rivoluzione. La vicenda del mio gruppo di ricerca, raccolto in un centro studi dell’Università di Salerno, incominciò, potremmo dire, con una dichiarazione di dubbio e di sospetto contro la storiografia ideologizzante. La rivoluzione c’era stata, ma non veniva dalla storia, anzi la storia n’era la prima vittima, perché di essa qualcosa era stato ignorato: che cosa era il Mezzogiorno? Si poteva parlare ancora del Mezzogiorno come ne avevano scritto Fortunato o Nitti o lo stesso Gramsci? Era veramente scomparso il ruolo degli intellettuali puri, dei ricercatori appassionati della ricerca, del borghese riformatore e illuminato? Si doveva ancora pensare secondo una strategia ideologica e politica che vedeva l’intellettuale, accademico o meno, cinghia di trasmissione del blocco agrario?

Questo linguaggio ci sembrava già logoro e abusato venti anni fa: ma da dove incominciare, dove cercare nuovi spazi e nuove fonti per una lettura anche antropologicamente valida per il Mezzogiorno? C’erano i lavori di Ernesto De Martino sull’uomo “magico” del Sud: era una prospettiva nuova di ricerca, tendente a trovare la chiave per penetrare nella “fuga dalla storia”, propria dei complessi men-tali del contadino meridionale, complessi antichissimi, che non si spiegavano assolutamente con i criteri politici della storia contemporanea. Era una indicazione di lavoro indubbia, che però, a nostro avviso, andava più verso l’analisi di permanenze psicologiche collettive, che verso l’analisi storica. Non ci interessavano molto queste sopravvivenze o residui galleggianti di antiche fobie o rituali sincretisti. Certo, era una via di grandi suggestioni, che però assimilava dentro la pratica magica, come suo momento dialettico, anche quella religiosa. E poi, era convincente questo magma magico che si stendeva sulla vita del Sud, fino a farne il contenitore di una cultura immobile, pre-borghese, astorica?

Di qui le nostre nuove domande: quale storia era passata attraverso le terre del Sud? Forse quella sola, immobile, di cui aveva scritto De Martino? Vivaddio, non c’erano solo i rituali magici, che sapevano di antico, in certi paesi del Sud. C’era stata anche una diversa pietà e una chiesa. Ed allora le altre domande: qual tipo di clero, regolare e secolare, era vissuto in queste terre? Quali i rapporti con il vescovo? Quali le loro proprietà? Quale la funzione della massa comune dei beni della Chiesa ricettizia nell’economia generale del paese? Era vera o meno la tesi del sacerdote filo-tanucciano Diego Gatta, che la parrocchia “ricettizia” diffusa nel Mezzogiorno, con struttura patrimoniale privata, discendeva dalla Chiesa dei primi secoli?

C’era la pratica magica, ma accanto o anche nel mezzo di essa non c’era la preghiera? Come pregava l’uomo del Mezzogiorno? Di quali elementi culturali diffusi si nutrivano le sue invocazioni a Dio? Ci soccorrevano gli studi di Giuseppe De Luca e i suoi richiami a quella storia della pietà che è storia diversa dalla storia ecclesiastica e da quella del bremondiano sentimento religioso, e che ci sembrò subito più adatta a capire le vie della santità nel Mezzogiorno. Ma De Luca non ci poteva aiutare a comprendere il religioso vissuto, non ci consentiva di andare molto al di là di una lettura testuale delle fonti letterarie, pur cospicue, della pietà, mentre a noi interessava la collocazione di questa pietà nella storia sociale, con i suoi nessi anche con la vita economica locale, con la storia delle famiglie, delle baronie, dei vari cleri ed anche con la storia delle sue ascesi, spesso terribili e crudeli, ma anch’esse antiche, come quelle di San Nilo. Il Mezzogiorno nelle nostre indagini incominciò a frastagliarsi in un complesso di aree storico-culturali, omogenee antropologicamente e socialmente, ma non uniformi, territorialmente definibili secondo una geografia umana, che emergeva dalle storie delle strutture locali.

Eravamo convinti anche di un’altra lezione; volevamo evitare il rischio o la tentazione di una storiografia municipalistica, cioè quel tipo di storiografia, più o meno erudita, che si limita ad una esaltazione delle glorie locali o delle presunte glorie locali; noi non avevamo nessuna passione del genere, non cercavamo di assegnare titoli, blasoni a questa o a quella congrega, a questo o a quel paese, a questa o a quella comunità; volevamo capire invece lo svolgimento della vita del Mezzogiorno, percorrendo le vie che era necessario percorrere per venire a capo di quei nodi inestricabili che si offrono tante volte in questa storia, quando il sogno della giustizia, del Dio incarnato, della misericordia si confonde con la ribellione impetuosa e improvvisa. Il ruolo che in questa storia sociale del Mezzogiorno avevano avuto non solo le classi dei contadini, dei piccoli e medi borghesi, dei baroni, della lunga tenace resistenza della proprietà e dei patrimoni feudali, ma anche dei santi, degli eremiti, delle confraternite, dei monti frumentari. Insomma volevamo indagare sui caratteri e sulla forza della socialità meridionale.

Per trovare la giusta metodologia, partivamo da due considerazioni: la nostra metodologia non poteva nascere che dallo studio interno della vita sociale del Mezzogiorno, dai documenti che esaminavamo, dalla lettura degli scavi archivistici nel lungo periodo, non isolando i fattori della vita quotidiana, l’economico dal religioso, il fatto culturale da quello politico, la biblioteca di un seminario o di un convento dalla vita intellettuale del tempo, il linguaggio del santo da quello del popolo, ma vedendo invece le loro interrelazioni. In secondo luogo, ritenemmo utile confrontarci nel nostro lavoro con le metodologie, che più potevano esserci utili, che avrebbero potuto aumentare le nostre domande e maggiormente avvalorare la lettura della documentazione che via via andavamo reperendo, passando dall’archivio di Campagna a quelli di Policastro, Vallo della Lucania, Sala Consilina, Potenza, Brienza, Marsico Nuovo, Acerenza, Matera, Maratea e via tanti altri, che sarebbe lungo nominare. Se la documentazione era locale, il metodo e le domande avrebbero dovute essere di ben altro livello culturale e scientifico.

Costituimmo una scuola, dove hanno insegnato docenti non solo italiani, ma anche francesi, che ci parlarono di Gabriel Le Bras e dell’indirizzo delle Annales. I nomi sono ben noti: da Jean Delumeau e Emile Poulat a Michel Vovelle a Jacques Revel a Maurice Aymard a Géraid Delille ed altri ancora. Anni di lavo-ro e di ricerca, che hanno dato i loro risultati con la formazione di un folto gruppo di ricercatori e di docenti, che sono entrati nell’Università. Gli aiuti più consistenti ci vennero al principio dalla Regione Basilicata e dal Consiglio nazionale delle ricerche; in tempi più recenti dal ministero dei Beni Culturali. Purtroppo, è stato il terremoto del 23 novembre 1980 a mettere in luce l’importanza del nostro lavoro di scavo. Noi avevamo svolto un lavoro di inventariazione e catalogazione di una serie di archivi diocesani e parrocchiali, dal Cilento all’Alta Valle del Seie, alla Basilicata: il terremoto sommerse parecchi di questi archivi. I giovani ricercatori del nostro Centro studi divennero la preziosa manovalanza che si impegnò nel recupero del materiale finito sotto le macerie, preziosa perché conosceva il materiale, sapeva come esso poteva essere recuperato e ordinato. Mi pare sia la prima volta, in tempi almeno recenti, che un’azione di recupero, salvaguardia e tutela dei beni archivistici, sia stata condotta e in maniera coordinata, da studiosi che quei beni avevano già esaminato e utilizzato per le loro ricerche.

Naturalmente non mancammo di organizzare seminari e convegni, la maggior parte dei quali tenemmo a Maratea. Strana storia! Ci interessavamo di nomi e paesi che molti secoli fa facevano parte della Magna Grecia, da Scalea fino a Paestum, ma che noi non abbiamo studiato come Magna Grecia, abbiamo solo e sempre studiato come storia sociale del Cilento, della Basilicata, di certe diocesi e parrocchie del Mezzogiorno. Abbiamo studiato cioè sostanzialmente queste aree dalla fine del Medio Evo fino all’età contemporanea, muovendoci, come ho detto, su due linee: una dello scavo e del recupero degli archivi periferici; l’altra dell’utilizzazione di questo materiale documentario, con una metodologia rinnovata dalla comparazione con quella socio-religiosa di Le Bras, ma per una storia più interna e ricca per contenuti anche archeologici delle aree culturali del Sud, che non era certo nella tradizione degli studi delle scuole di sociologia religiosa francesi. A me pare che il nostro lavoro di ricerca e di recupero insieme abbia bisogno ora di spingersi più in là e di integrarsi con una attenzione più filologica ai problemi del lungo periodo: è chiaro che, se vogliamo capire bene che cosa significhi uscire dalla concezione di una storia del Mezzogiorno come storia arcaica e immobile, come storia di permanenze, più o meno magiche, dobbiamo scendere più in profondità.

Ho accennato ai discorsi con l’archeologo Mario Napoli. Quale era il punto d’incontro nei nostri discorsi? La ricerca della continuità storica, se c’è, dalla fine dell’età antica fino agli albori del Medioevo. Noi siamo partiti da una convinzione tranquilla; chi si accosta a questo genere di studi sa bene che dal VI secolo sembra sia sceso il silenzio su queste terre. Dalla lettera di Gregorio Magno al vescovo Felice di Paestum fino all’VIII secolo sembra non sia accaduto nulla. Parliamo dell’area cilentana, dove una volta, come abbiamo ricordato al principio, c’era la diocesi di Blanda, specie di diocesi-ombra per gli storici. Ora, con l’associazione che abbiamo fondato, progettiamo di lavorare in quella dimensione di studi, nella quale filologia ed erudizione possono concorrere a fornirci una lettura più scaltrita e più scavata di certe aree del Mezzogiorno. Non si tratta di cambiare mestiere, è fin troppo chiaro. Forse, qualche esempio potrà meglio chiarire la nostra prospettiva di lavoro. Noi sappiamo di alcuni avvenimenti importanti della storia del Mezzogiorno: dell’arrivo dei monaci dall’Oriente, spinti dall’iconoclasma; sappiamo della presenza di una cultura e di una religiosità greco-bizantina, che ha fatto da antemurale alla penetrazione araba fino all’arrivo dei Normanni; sappiamo dei gastaldati longobardi, che fungevano quasi da zona franca per coloro che cercavano salvezza dalle scorrerie saracene. Putto ciò è documentato anche dalla esistenza di toponimi, che sono come tanti segnacoli dell’intreccio viario della storia; sappiamo che ci fu un monachesimo, quello di San Nilo, ricco di cultura c di ascetismo, che lasciò una impronta indelebile per secoli nella religiosità eremitica e cenobitica del Mezzogiorno, e fornì alla Chiesa di Roma un aiuto grandissimo nelle lotte per la riforma dei costumi del clero e del Papato. Sappiamo anche della storia dell’altro monachesimo, quello benedettino, che ha una struttura diversa, più giuridico-romana, con un senso più amministrativo della gestione della terra, rispetto al monachesimo più penitenziale e ascetico di San Nilo. E un bagaglio di notizie importanti, che collocano il Mezzogiorno in una storia per nulla locale, ma mediterranea e occidentale insieme, dalla quale vorremmo estrarre anche i contenuti per una storia sociale, non chiusa nell’analisi delle successioni ducali o di quelle monastiche.

In parole povere, vorremmo vedere che cosa è avvenuto a livello della mentalità, della cultura popolare, della religiosità, dell’economia in questi secoli e che cosa permanga oltre la coltre delle paure che ha coperto per secoli queste terre. Indubbiamente il lavoro diventa più facile quando si può incominciare a disporre di un materiale documentario scritto, e questo materiale può trovarsi prevalentemente negli archivi parrocchiali e diocesani. Non si può escludere che in questi archivi possano reperirsi elementi importanti per risalire a un più lontano passato; gli uomini dell’“ancien régime” avevano il problema di documentare le fonti di legittimità dei loro possessi e le fonti anche relative dell’antichità delle loro chiese; quanto più all’indietro risalivano, tanto più si sentivano sicuri e protetti.

È vero che bisogna procedere con molta accortezza nell’analisi di queste fonti: occorre separare il leggendario dallo storico, ma anche nel leggendario si cela spesso un barlume di verità. Molte reliquie, tanto esaltate ed onorate dai devoti, non sono certamente la prova del passaggio di un santo o di un apostolo, tuttavia possono essere il segno di una preoccupazione collettiva per legittimare, consacrare, blasonare una genealogia comunitaria, od anche per conseguire una forma di autodifesa collettiva con il ricorso ad una indi-scussa sacralità. Ho formulato una serie di ipotesi di lavoro, per cercare di provare quanto sia incerta la scelta della base di partenza per un’esplorazione storica del profondo Sud e come sia insoddisfacente privilegiare un livello di analisi rispetto ad un altro quando si voglia tentare una storia sociale, una storia di assieme dei vari fattori presenti in una società. Seguendo questo criterio, è difficile separare la pratica religiosa dalla condizione ambientale.

Ma torno alla Magna Grecia e alla civiltà greco-bizantina. E fin troppo chiaro che non si tratta di attualizzare ciò che non è attualizzabile e di stabilire collega- menti e richiami che non hanno alcun senso rispetto ai caratteri della contemporaneità. Il problema è duplice: per secoli i monumenti della Magna Grecia sono stati tutelati dagli stessi impaludamenti delle terre, da un certo stato di desolazione, che è venuto crescendo dopo la calata dei Longobardi, dal loro isolamento viario. L’attività archeologica ha riportato alla luce tesori incalcolabili, ma non ha potuto evitare un’altra specie di degradazione: l’assalto aggressivo del cemento armato, che ha alterato paesaggi, come Paestum, che avrebbero dovuto rimanere incontaminati. L’altro problema più storico, è quello del recupero e della difesa non solo dei luoghi e dei monumenti, ma dei fenomeni linguistici, di una serie di consuetudini e di rituali anche religiosi che non si spiegano senza riferirsi all’antichità: ben lontani dal subire la suggestione della parola, la mentalità fa in qualche maniera parte dell’interesse di ricerca dello storico, e la mentalità non si accompagna sempre con le datazioni degli eventi importanti, che ricorrono nei manuali. C’è una storia del Mezzogiorno che non si riesce a percorrere attraverso salti dialettici, avendo il carattere di una gradualità o processualità molto più lenta, per cui l’antico molto spesso incombe o sovrasta il contemporaneo.

 


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