C’era una volta l’America dei Greci

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

di Gino Gullace

Il tratto di costa che va da Reggio Calabria a Taranto è uno dei più belli della penisola italiana.

Forma golfi e promontori, ha ampie spiagge in un mare limpidissimo e i monti, verso l’interno, assumono forme curiose e bizzarre di becchi di falco, cupole, piramidi.

Dai monti scendono al mare grandi fiumare che d’inverno hanno acque impetuose c torbide mentre d’estate si riducono a miseri rigagnoli che corrono tra bianche pietraie dove crescono i lentischi e gli oleandri.

Molti paesi interni sono paesi-fantasma. Nel dopoguerra gli abitanti li hanno abbandonati emigrando al Nord o andando fuori d’Italia: e ora restano le case ancora intatte ma vuote e silenziose, come le tombe di un cimitero. Nel tratto di costa del profondo Sud, ci troviamo nella zona più povera e più economicamente depressa dell’Italia.

Eppure, 25 secoli fa, questa zona era l’America dei greci e ci fu un boom economico e culturale che non si ripeterà mai più. Quell’America ebbe il nome di Magna Grecia, come a distinguerla dall’altra Grecia che al paragone sembrava piccola; e la sua civiltà e cultura hanno fatto da punto di partenza e base della civiltà e cultura di tutto il mondo occidentale. Oggi i paesi costieri come Locri, Caulonia, Crotone, Sibari, Metaponto, conservano i nomi delle antiche metropoli magnogreche; ma le metropoli, con i loro edifici, i loro templi, le loro opere d’arte sono scomparse sottoterra o in fondo al mare. In più di un secolo gli scavi archeologici hanno portato alla luce mura, resti di templi, monete, statue; e di tanto in tanto l’aratro o il trattore del contadino o un pescatore subacqueo a caccia di cernie scoprono, come c accaduto coi bronzi di Riace, un nuovo tesoro. Ma queste scoperte, che sono solo la punta dell’iceberg, bastano per darci un’idea della grandezza e magnificenza di quel mondo nel quale affondano le nostre radici culturali. Cercarlo e conoscerlo è come cercare e conoscere noi stessi nella fase iniziale del nostro sviluppo spirituale: un’avventura straordinaria.

Prima dell’arrivo dei colonizzatori greci il Meridione d’Italia era abitato da un mosaico di popolazioni di origine e provenienza varie, che si chiamavano Ausoni, Enotri, Itali, Siculi, Coi, Messapi, Japigi, e vivevano di pastorizia c di agricoltura. Mercanti e avventurieri greci avevano cominciato a visitare la penisola più di mille anni prima di Cristo e, tornando in patria, avevano diffuso racconti e descrizioni di posti di cui Omero si servirà nell’Odissea; ma le spedizioni in massa, per fondare delle colonie, cominciarono solo verso la metà del secolo Vili avanti Cristo.

T greci emigravano verso l’Italia, che era il loro West, per motivi politici, demografici, spirito di avventura, forse anche perché stimolati dai racconti omerici; ma il motivo fondamentale della loro emigrazione fu quello di tutti gli emigranti della storia: il desiderio di migliorare le proprie condizioni economiche c fare fortuna.

L’Italia del Sud appariva un po’ come apparirà l’America 25 secoli dopo ai loro lontani discendenti: una terra di grandi opportunità, con un suolo fertile (a Sibari una misura di grano ne restituiva cento), fiumi navigabili, miniere di argento e bronzo, grandi boschi, molta selvaggina (un gruppo di achei, sbarcato sulla spiaggia di Crotone e terrorizzato da un rombo cupo che udiva nell’aria, si accorse con grande sorpresa che veniva prodotto dalle ali di uno stormo di pernici in volo).

Valeva, dunque, la pena sfidare mostri e sirene, insidie umane e divine come quelle ammannite da Omero, pur di giungere in Italia c fondare una colonia.

La maggior parte delle spedizioni venivano organizzate sotto il patrocinio delle città che nominavano un ecista o capo spedizione e lo mandavano a interrogare l’oracolo di Delfo, prima di partire, per avere istruzioni sulla scelta del posto.

Gli emigranti che si affollavano in città di mare come Corinto o Eretreia, erano come quelli dei princìpi di questo secolo che affollavano le banchine di Napoli o Palermo: giovani e senza donne. Il viaggio con le triremi durava circa una settimana e si navigava il più possibile in vista della terra, per cercarvi rifugio in caso di pericolo.

L’ordine cronologico degli arrivi greci e delle fondazioni delle città è un po’ incerto. La cronologia poi è stata resa più complicata dal fatto che le città, sviluppandosi, si inventavano antenati illustri cercandoli di preferenza nell’almanacco di Gotha degli eroi di Troia.

La storia era quasi sempre la stessa: l’eroe, di ritorno da Troia, era stato sbattuto da una tempesta sulla costa italiana e qui aveva fondato questa o quella città.

La tradizione mitologica, quindi, fa arrivare in Italia Ulisse, Aiace, Filottete, Menesteo, Epeo, costruttore del cavallo di Troia, e molti altri. E ad essi bisogna aggiungere Eracle il quale, avendo preso i buoi a Gerione, se li sarebbe portati attraverso tutta l’Italia, lasciando il segno della sua presenza in ogni posto dove si era fermato: a Capo Lacinio, ad esempio, prese a colpi di mazza il re che aveva tentato di rubargli i buoi; ma nella furia colpì anche Croton, il genero del re, che non c’entrava niente.

Poi, per espiare il suo fallo, gli tributò onoranze funebri solenni e predisse che un giorno sulla sua tomba sarebbe nata la città di Crotone.

Mitologia a parte, secondo un ordine cronologico largamente accettato ma non condiviso da tutti, la prima colonia greca in Italia sarebbe stata Clima, fondata da un gruppo di calcidesi nel 750 avanti Cristo. Questi calcidesi poi sarebbero andati a sud per fondare Nasso, Siracusa, Messina, Reggio; altri greci sul finire del secolo VITI avrebbero fondato Sibari, Crotone, Taranto e nella prima metà del secolo VII Locri, Cauloia, Siri, Metaponto.

Gli insediamenti greci, avvenuti senza notevole resistenza da parte degli indigeni, continuarono per più di un secolo e mezzo, dalla metà del secolo Vili ai principi del VI. Durante questo periodo sulla costa jonica fiorirono grandi metropoli, come Taranto, Sibari, Crotone, Locri e Reggio, e una miriade di piccole città e villaggi di cui si è perduta ogni traccia. Dovunque c’era un promontorio veniva eretto un tempio a qualche divinità che poi, come quello di Hera Lacinia a Crotone, faceva da faro c da punto di orientamento a coloro che arrivavano dalla Grecia.

Le città joniche per commerciare con gli etruschi, i campani e altre popolazioni italiche, preferirono le vie di terra al mare, che era una via lunga, infestata da pirati e soggetta agli umori dei calcidesi che controllavano lo stretto di Messina; aprirono così le vie istmiche, attraverso la Sila, su cui trasportavano la mercanzia con carovane di cavalcature.

Sul Tirreno, perciò, dovettero fondare delle colonie che fungevano da empori commerciali e punti di incontro con i clienti italici della loro mercanzia. Nacquero così le città di Posidonia, Laos, Scidros, Ipponio, Medma, Metauro e così via.

La città della Magna Grecia più nota, chiacchierata e anche calunniata fu Sibari da cui è derivato il termine “sibarita” sinonimo di “raffinato”, “molle”, “opulento”.

Di Sibari ci parlano 80 autori antichi, ma fino a una trentina di anni fa la città fu come l’araba fenice: tutti sapevano che era esistita, ma nessuno riusciva a trovarla.

Le ricerche iniziate nel 1879 dall’ingegnere Saverio Cavallari vennero proseguite dal professor Viola e da Edoardo Galli. Ma fu il conte Umberto Zanotti-Bianco a scoprire il sito della città antica, nel 1932, scavando nella località Parco del Cavallo.

Nel 1969, sotto la direzione del professor Giuseppe Foti e con la partecipazione dell’Università di Pennsylvania e della Fondazione Lerici, grazie all’impiego di imponenti attrezzature, alcune delle quali erano state costruite per i satelliti artificiali, si riuscì a individuare il perimetro della città, sotto la pianura del Crati, a un chilometro e mezzo dal mare. Gli scavi hanno portato alla luce mura di case e di templi, colonne rotte, vasi di Chiglia, anfore e monete.

Ma chissà quali immensi tesori stanno ancora incastrati nel fango delle acque del Crati, il cui corso fu deviato dai crotoniati per sommergere la città rivale e cancellarla dalla faccia della Terra!

SIBARI RICCHEZZA E DOLCE VITA

Sibari fu fondata verso il 720 a.C. da coloni achei, provenienti da Alice, capitale religiosa dell’Acaia e guidati da un ecista che si chiamava Is. TI nome lo ebbe da una fonte della madre patria. Estendendo la sua cittadinanza a tutti quelli che la chiedevano, la città diventò una metropoli di 300 mila abitanti, la più grande del mondo antico. La sua egemonia si estendeva a 25 altre città e le sue mura, lunghe 9 chilometri, in lunghezza superavano di molto quelle di Atene al tempo di Pericle. Atene allora poteva mettere in campo poco più di mille cavalieri. Sibari ne metteva 5000, tutti vestiti di pittoresche tuniche color zafferano strette alla vita da cinture con fibbie d’oro.

La città derivava la sua ricchezza dalla produzione di vino, olio, legname, grano, miele, pece, dalle miniere d’argento e dall’industria di sciroppi e paste di frutta. Ma la ricchezza maggiore le veniva dal commercio: da Mileto, da cui aveva un trattamento preferenziale nello scambio delle merci, e da altre città greche, riceveva vasi, stoffe preziose, profumi, tinte, ceramiche di pregio, che trasportava, via terra, nei sui porti di Posidonia, Laos o Scidros; e qui li cambiava con gli etruschi o altri clienti italici, con rame, stagno, ferro dell’Elba che i milesi si riportavano indietro, come nolo di ritorno.

La “dolce vita”

La funzione di fiera o emporio commerciale rese i sibariti molto ricchi, senza che dovessero lavorare eccessivamente. E con la ricchezza ebbe inizio un lungo periodo di dolce vita che si chiuse con un immane e improvviso disastro.

Come era, dunque, la “dolce vita” di Sibari? Sibari aveva il suo quartiere esclusivo per i ricchi che si chiamava Megara; e fuori città, vi erano le grandi ville, ossia la Beverly Hills sibarita. Fu la prima città che emise una ordinanza che proibiva di tenere galli o botteghe di artigiani dentro le mura, perché non disturbassero con i loro canti o rumori il sonno dei cittadini. I sibariti indossavano vestiti a colori (e i tintori erano esenti dal pagamento delle tasse), portavano molti anelli alle dita, calzavano stivaletti importati dalla Persia e pettinavano i capelli dei loro bambini in treccine da femminuccia.

Le donne

La donna portava vesti con colori gai, e le più eleganti erano quelle con perline, importate dalla Persia. Conosceva le scarpe con i tacchi altri, di sughero, e cambiava orecchini e braccialetti secondo le occasioni. Faceva anche largo uso di cosmetici, tinte per le sopracciglia, polveri per rendere i denti più bianchi, tutte cose che, ad esempio, a Siracusa che era una città di origine spartana, una donna poteva fare solo se dichiarava di guadagnarsi la vita con la prostituzione.

Sessualmente la donna sibarita era molto libera. Le più ricche si prendevano delle insegnanti per imparare d’arte di amare. E Ateneo, un garrulo autore che raccolse un’infinità di pettegolezzi su Sibari, dice che alle donne senza marito era lecito prendersi un uomo e che, nelle lezioni di amore, le ragazze imparavano, ad esempio, che il modo più sicuro di attirare l’uomo era di scoprirsi un po’ le mammelle.

La sauna e i banchetti

I sibariti avevano la mania del bagno e inventarono la sauna. Diodoro Siculo dice che l’altro grande piacere della loro vita era il mangiare: erano schiavi dello stomaco. Furono i primi a far partecipare ai banchetti le loro donne e questa fu una innovazione scioccante per gli altri greci che vietavano alle donne la partecipazione perché i banchetti finivano sempre in disordini, prodotti dalla ubriachezza; ma chi invitava una signora era tenuto a farlo con un anno di anticipo, per darle modo di prepararsi.

I cibi erano tenuti in tanto onore che, con voto pubblico, veniva assegnata una corona d’oro al cittadino che avesse imbandito a sue spese il banchetto più fastoso e che avesse mostrato più immaginazione nella preparazione di un piatto. Se poi il cuoco inventava un piatto suo, la città gli conferiva una specie di brevetto, ossia il diritto esclusivo di quel piatto per un anno. 1 cuochi sibariti erano specialisti nella preparazione delle anguille (e anche i pescatori di anguille erano esenti dalle tasse), e furono i primi a produrre un condimento con uova di sgombero, maturate in salamoia c poi diluite nel vino dolce e nell’olio. Non avevano piatti o forchette (mangiavano con le mani in piatti ricavati incavando il pane), ma in compenso inventarono l’orinale portatile che, appunto, si portavano dappresso e lo mettevano tra le gambe nel caso ne avessero bisogno durante la cena. Il divertimento, a banchetto finito, era fornito da buffoni, danzatori acrobatici, scimmie, nani. Anche i cavalli venivano addestrati a danzare al suono dei flauti, un addestramento che poi li porterà alla rovina. I banchetti iniziavano dopo il tramonto e finivano prima dell’alba: il prestigio di un uomo dipendeva dal numero dei banchetti a cui aveva partecipato c dal numero di anni durante i quali non aveva visto il sorgere e il tramontare del sole.

Gli Onassis e i Getty sibariti

In viaggio il sibarita non aveva mai fretta che facessero ombra sulle strade cittadine.

Il sibarita, come il texano di oggi, diventò un tipo intorno a cui fiorirono ogni sorta di aneddoti. Secondo Aristofane gli ateniesi non trovavano di meglio per ridere che raccontare un aneddoto con un sibarita come protagonista. Seneca riporterà quello del riccone che non era riuscito a dormire perché i suoi servi, nel mettergli le rose sul materasso, ne avevano lasciata una con un petalo raggrinzito che gli dava noia alle spalle; Timeo parla dell’altro sibarita che, andato a Sparta, dopo aver consumato una cena spartana disse: “Ora capisco perché voi spartani vi fate uccidere per la patria. Il più vile degli uomini preferirebbe la morte piuttosto che alimentarsi dei vostri brodetti”.

La città ebbe i suoi Onassis, i suoi Getty e i suoi tipi corrispondenti al miliardario americano bizzarro e stravagante. Ad esempio, Smindiride, per impressionare il tiranno Focione della cui figlia voleva chiedere la mano, si recò da lui (è Erodoto che lo racconta) con un accompagnamento di mille schiavi, e un piccolo esercito di cuochi, buffoni e ingrassatori di volatili. Poi, con la sua cafoneria di nuovo arricchito eseguì delle danze molto licenziose e il tiranno gli negò la mano della figlia.

Un altro miliardario stravagante fu Alcistene il quale si fece fare una tunica così ricca di ori, ricami e disegni che Dionisio di Siracusa, essendosene impadronito due secoli dopo, la vendette ai cartaginesi per 120 talenti, pari ad alcuni miliardi di lire nostre… Sibari è una città consumistica che con la ricchezza crede di potersi comperare tutto: perciò non ha pensatori, filosofi, generali, artisti o atleti. La ricchezza, inoltre, aveva reso i cittadini arroganti sia verso gli altri uomini che verso gli dei: e, secondo gli autori antichi, è l’arroganza che, nello scontro con Crotone, la porta alla sconfitta e al crollo come un castello di carte.

Della Crotone greca non rimane che una colonna dorica del V secolo, l’ultima delle 48 che formavano il tempio di Hera Lacinia, anticamente famosissimo per santità e ricchezza. Le altre sono state divelte da un vescovo che si chiamava Lucifero il quale se ne servì per costruire il palazzo vescovile e il porto di Crotone e ora la colonna che rimane è come l’osso di cui i paleontologi si servono come punto di partenza per la ricostruzione di un meraviglioso organismo scomparso. Le mura di cinta del tempio sono state portate alla luce a partire dal 1911, dallo scavo di Paolo Orsi e dentro di esse oggi crescono cespugli e fiori. Non c’è intorno altro segno di vita oltre a qualche farfalla che vola da un fiore all’altro o qualche lucertola che striscia sulla colonna in cerca di sole. Le isole Ogigie che stavano davanti a Crotone sono state inghiottite dal mare.

Dove era l’acropoli vi è un antico castello, costruito nel 1541 da don Pedro di Toledo. Il Museo custodisce monete, terrecotte votive, ceramiche, bronzetti italici e altri reperti archeologici. Questo è quel che rimane di Crotone sulle cui strade camminarono Annibale c Pitagora che fu, come dice il Gompers, un famoso storico della scienza, “il fondatore della cultura del bacino occidentale del Mediterraneo”.

Atleti, scienziati, belle donne

Come Sibari, Crotone fu fondata da coloni achei provenienti da Ripe, guidati Dall’ecista Miscello, discendente degenere di Eracle perché aveva il “dorso corto” ossia era gobbo. La fondazione risale al 708 circa, e le prime case vennero piantate sulla foce del fiume Esaro. L’oracolo aveva detto a Miscello che la sua città si sarebbe distina per la sua eccellente salute e nei tempi antichi per dire che uno era sanissimo si usava il motto “pare che venga da Crotone”.

Il capo Lacinio formava un doppio porto che, a sentir Polibio, era il migliore tra tutti quelli che esistevano fra Reggio e Taranto. Nel territorio di Crotone crescevano il grano, la vite, l’ulivo, gli alberi da frutta. C’erano molle greggi che producevano latticini, ma non molto lontano dalla città si trovavano anche miniere di argento.

Caulonia e i borghi della costa

La pianura lungo la costa ben presto ebbe una fioritura di borghi agricoli che si chiamavano Laura, Lampride, Platea, Zacinto (quest’ultimo ricordato da Teocrito in un idillio) ma di essi non è rimasta traccia alcuna. Tra Crotone e Sibari poi vi erano le città di Cone, Crimisa (odierna Cirò), Petelia (odierna Strongoli) e Macalla che si dicevano fondate da Filottete, il grande arciere capo dei tessali nella guerra di Troja. Crotone, che mise sotto il suo controllo queste città, aiutò altri achei a fondare Caulonia.

Di Caulonia ci restano i ruderi di un tempio dorico (sulla spiaggia, dopo Monasterace Marina) portato alla luce dall’Orsi. Ma quando il mare è calmo, i pescatori dicono di vedere nel fondo marino a poche centinaia di metri dalla spiaggia, delle colonne di marmo bianco che son finite lì per qualche bradisismo o qualche terremoto. Sul Tirreno Crotone fondò la colonia di Terina e si impadronì di Temesa, città Ausonia famosa per le fabbriche di armi, celebrata anche da Omero, che la leggenda diceva fondata da Ulisse. Più austera, seria e laboriosa di Sibari, Crotone acquistò fama per i suoi atleti, la bellezza delle sue donne, la sua scuola di medicina e la scuola pitagorica.

Per lungo tempo essa rimase in posizione di subordinazione rispetto a Sibari, ma le due città vissero anche in buona armonia perché, essendo entrambe achee, avevano un comune interesse: conquistare all’ellenismo tutta l’Italia meridionale, assimilando o assoggettando non solo gli indigeni ma anche i greci di provenienza differente.

Patti locresi patti fraudolenti

Greci di provenienza differente erano quelli di Locri. Di questa città scavata prima dal duca di Lyunes (1830), poi dal Peterson (1889), dall’Orsi (1908) e da Za- notti-Bianco (1920) fondatore della Società Magna Grecia, sono venuti alla luce un quartiere popolare, detto Centocamere, un grande teatro, il tempio di Zeus, il santuario di Persefone, il tempio di Atena. Tra le scoperte importanti ci furono i pinakes, tavolette di argilla a finissimo rilievo che rappresentano il ratto di Persefone, Ades e Persefone seduti sul trono e altre scene della vita d’oltretomba come la concepivano i locresi, la cui città era centro della religione orfica nel meridione. L’antica Locri occupava 230 ettari dalla collina al mare, pochi chilometri a sud della Locri moderna, aveva mura di 7 chilometri e la sua Acropoli era distribuita su tre colline collegate tra loro da ponti che attraversavano burroni. 1 fondatori di Locri venivano dalla locride greca e giunsero in Italia nel 670 a.C. sbarcando presso l’odierno Capo Bruzzano, che essi chiamarono Epizefirio, perché li proteggeva dai venti dell’Ovest. Qui rimasero solo quattro anni, poi, secondo Strabone, si spostarono a nord, in cerca di una posizione migliore, e si fermarono presso la collina detta Epopi. Il posto era occupato dai siculi, ma i locresi fecero con essi un trattato che fu un po’ come quello che il Grande Padre Bianco di Washington faceva con i pellerossa. Il trattato diceva che tra greci e siculi ci sarebbe stata fraterna amicizia “fino a quando calcheremo la stessa terra e avremo la testa sulle spalle”. Tucidide racconta che prima di giurare i greci si erano riempiti i calzari di sabbia e avevano nascosto delle teste di aglio sulle loro spalle; così, fatto il giuramento, gettarono via la sabbia e le teste di aglio e, sentendosi giustificati davanti agli dei, costrinsero poi i siculi a ritirarsi nelle montagne. Da qui venne l’espressione “patti locresi” equivalente a “patti fraudolenti”.

Matriarcato e prostituzione sacra

Locri ebbe per un periodo di tempo un governo matriarcale e, tra i suoi riti religiosi, la prostituzione sacra mediante la quale chi si congiungeva carnalmente con la sacerdotessa della dea credeva di… fondersi con essa. La spiegazione delle origini del matriarcato locrese diede origine a una violenta diatriba alla quale presero parte tre personaggi che nutrivano profonde antipatie reciproche: lo storico Timeo, Aristotele e Polibio. Aristotele andava dicendo che al tempo della seconda guerra messenica, che era durata 17 anni (685-668), le più nobili donne di Locri, stanche di aspettare i mariti, si erano messe d’accordo e avevano accolto nei loro talami gli schiavi. Poi, finita la guerra, temendo la vendetta dei mariti cornificati, erano fuggite via, portandosi gli schiavi e avevano fondato Locri e qui continuarono a tenere il bastone di co-mando sugli schiavi, istituendo il matriarcato.

La prova che le cose si erano svolte così, Aristotele la trovava nel fatto che a Locri la nobiltà veniva dalla discendenza femminile. Timeo, che accusava Aristotele di servilismo verso i potenti e di ghiottoneria, e non si lasciava sfuggire nessuna buona occasione per metterlo in imbarazzo, scese in campo per difendere l’onore delle bisnonne dei locresi, dicendo di avere dei documenti (che non mostrò mai) dai quali risultava che gli antenati degli abitanti di Locri non erano ladri e schiavi, né le antenate puttane, ma gli uomini liberi come tutti gli altri e le loro donne signore perbene. Forse si aspettava dai locresi gratitudine eterna, ma Polibio, andando a Locri per fare un sopralluogo, scoprì che la gente dava ragione ad Aristotile e torto a Timeo, verso cui egli sentiva una profonda antipatia come Timeo la sentiva verso Aristotile.

Sulle origini della prostituzione sacra ci furono anche versioni differenti: alcuni autori dicevano che era stata imposta ai locresi dagli indigeni, come condizione del trattalo di amicizia; altri che l’avevano portata dalla locride greca. Fatto sta che questa pratica rituale fu abolita, con il matriarcato, e una sola volta, nella seconda metà del V secolo ci fu il rischio che fosse ripristinata: Leofronte di Reggio marciava verso Locri per conquistarla; c i locresi fecero voto a Venere che se lo avessero sconfitto, avrebbero portato le loro vergini nel tempio per un’orgia di congiunzioni carnali in suo onore. Co-munque non ce ne fu bisogno perchè Leofronte, minacciato da Siracusa, se ne tornò indietro, rinunciando a conquistar Locri.

Il locrese Zaleuco, che fu primo legislatore a dare leggi scritte, non solo abolì il matriarcato e la prostituzione sacra, ma stabilì, in fatto di sesso, delle regole molto puritane, infliggendo castighi assai feroci (con l’accecamento) a chi le violava.

Al tempo del massimo splendore Locri ebbe 50 mila abitanti, viveva di agricoltura, aveva ottimi allevamenti di cavalli a Medma (odierna Rosarno) ed estese anche il dominio a Metauro (Gioia Tauro) e a Ipponio (Vibo Valentia). A sud il suo confine con Reggio era il fiume Alece, odierna fiumara di Melito, a nord il fiume Sagra che è l’odierno torrente Torbido o la fiumara Allaro. Sulla Sagra, tra locresi e crotoniati fu combattuta una delle più memorabili battaglie dei tempi antichi.

La distruzione di Sibari

Lo storico Giustino scrive: “Un bel giorno sibariti, metapontini e crotoniani, tutti di stirpe achea si met¬tono d’accordo per cacciare tutti gli altri greci dall’Italia e attaccano, per prima cosa, Siri, colonia focese, la radono al suolo e si spartiscono le sue terre… Poi i crotoniani, prendendo come scusa l’aiuto e il conforto morale che Locri aveva dato ai sirini, le dichiarano guerra e le muovono contro con un esercito di 150 mila uomini. I locresi possono metterne in campo, con l’aiuto di Reggio, solo 15 mila. Ma attendono l’esercito nemico sul fiume Sagra, in un posto dove era assai diffìcile far manovrare grandi masse di uomini e dopo una giornata di feroce battaglia lo sgominano…”.

La notizia vola rapidamente per tutta la Grecia e sembra assolutamente incredibile, specialmente perché i crotoniati, con la loro prestanza fìsica, avevano fama di essere combattenti eccellenti. Non si può spiegare quella vittoria senza interventi soprannaturali: e i locresi mettono in giro la voce che i Dioscuri erano scesi dal cielo e avevano combattuto a loro fianco: altri giurarono di aver visto durante la battaglia un guerriero di grande statura con la barba rossa e la clamide al vento che faceva strage di nemici: era Aiace Oileo l’eroe nazionale della Locride. Locri innalzò poi due statue ai Dioscuri, che dovevano ornare gli angoli della sommità di un tempio in loro onore. Le statue, di marmo pario, furono ritrovate dall’Orsi durante gli scavi locresi.

Giustino continua: “(I Crotoniati, dopo la sconfitta) cessarono di esercitarsi nei ludi militari e nel maneggio delle armi; visto che queste cose gli avevano giovato così poco nella guerra, provavano per esse un grande disgusto. Certamente, come Sibari, sarebbero caduti nel lusso e nella crapula se a rialzare le loro sorti e il loro morale non fosse giunto Pitagora”.

Il carisma di Pitagora

Pitagora entra, dunque, nella storia di Crotone dopo il fatto della Sagra avvenuto verso il 550 a.C. Viene da Samo, ha 40 anni suonati, ed è convinto che dal destino gli è stata assegnata una speciale missione. Forse gli stessi genitori lo avevano condizionato a sentirsi eletto. Il padre, Mnesarco, sul punto di sposarsi aveva consultato l’oracolo da cui aveva appreso che sua moglie avrebbe dato alla luce un bambino che sarebbe diventato “utile a tutti i popoli”. E por concepirlo e farlo venire al mondo sotto gli influssi astrali più propizi, come fanno i divi o i ricchi che si consultano con l’astrologo di fiducia, se ne andò a Sidone, dove i segni zodiacali erano in una posizione propizia. Pitagora ebbe come maestro Ferecide ma girò in lungo e in largo per il mondo, dalla Persia all’Egitto, dalla Fenicia a Babilonia e, pare, anche all’India, per istruirsi nei segreti delle scienze e delle religioni degli altri popoli. Porfirio, un suo biografo, scrisse che egli aveva succhiato il miele da tutti i fiori: dagli egiziani aveva imparato la geometria, dai fenici l’aritmetica, dai caldei l’astronomia, dai maghi persiani le formule della religione e le massime su come comportarsi nella vita.

Ma a Samo, con un tiranno come Policrate, sarebbe stato pericoloso predicare o mettere in pratica le proprie dottrine. Da ciò la decisione di emigrare, andare in colonia, come facevano certi utopisti europei che andavano in America per costruire nuovi modelli di Società. Crotone lo attirava forse con la sua scuola di medicina; lì c’era anche il tempio di Era Lacinia, un punto di riferimento religioso per tutti i greci d’Italia, come il Vaticano per i cattolici; ma soprattutto era incoraggiato dal fatto che le popolazioni del sud, greche e non greche, mostravano una spiccata predisposizione alle speculazioni astratte e alla metafisica improntata a misticismo, come lui stesso forse aveva di-rettamente constatato leggendo le poesie di Stesicoro.

Come egli giunse a Crotone la città gli cadde ai piedi, come un frutto maturo. Pitagora parlava: e vecchi, donne, bambini, erano lì a bocca aperta ad ascoltarlo, allucinati dalle sue parole. Presto cominciò a far miracoli o a fingere di farli; indovinava il numero dei pesci che il pescatore tirava nella rete; ordinava a una mucca di non mangiare fave e quella lo obbediva; ammansiva gli animali con le parole, come San Francesco, c un’aquila, a un suo cenno, un giorno scese dal ciclo e gli si posò sulla spalla. Presto la gente cominciò a guardarlo come un taumaturgo, una specie di Swedenborg; egli ordinava alle nobildonne crotonesi di gettare nel tempio di Era Lacinia, in segno di umiltà, le loro vesti più preziose e i loro gioielli, e lo obbedivano senza fiatare. Diceva ai giovani di astenersi dai vizi ed essi si astenevano. Il Consiglio dei Mille di Crotone, formato da aristocratici, volle delle spiegazioni sui suoi poteri magici. Ed egli, dopo averli convinti che la sua predicazione rafforzava il governo aristocratico, li indusse a costruirgli un Tempio fuori delle Mura, che diventò la sede del suo sodalizio.

Per esservi ammessi bisognava passare un difficile esame. Anche le donne erano ammesse e una delle sue allieve, Teano, diventò poi sua moglie. Gli allievi imparavano la geometria, l’aritmetica, la musica, la filosofia, e ci volevano quattro anni prima che fossero ammessi alla sua presenza e ascoltassero la sua parola. Ma la sua scuola insegnava soprattutto la virtù: cioè la castità, l’amore per la famiglia, il coraggio, il patriottismo. Definiva l’eroismo “combattere con coraggio ma senza furore”; e Teano, echeggiando le parole sue, diceva che una donna che ha rapporti amorosi solo con suo marito è sempre pura, ma se li ha con un altro uomo non lo sarà mai.

I pitagorici di Crotone erano circa 2000 e, sebbene non avessero alcuna posizione politica ufficiale, esercitavano la loro influenza tramite il Consiglio dei 300, una specie di gruppo di pressione privato che, stando dietro le quinte, dominava la scena. E giacché tutti questi uomini dicevano che Pitagora aveva sempre ragione e avevano forte il culto della personalità, Pitagora era, in fondo, il vero boss di Crotone.

Ben presto la Sibari scialacquona e arrogante e Crotone pitagorica, austera e virtuosa si trovarono su una rotta di collisione. I ceti popolari sibariti, dopo la distruzione di Siri, scontenti del governo aristocratico che si era prese tutte le terre dei vinti, si rivoltò portando al potere il tiranno Telise. Questi mandò in esilio, confiscando i loro beni, 500 ragguardevoli cittadini che chiesero asilo a Crotone. Telise intimò ai crotoniati di respingere la richiesta degli esuli. I crotoniati invece la accolsero ma mandarono una ambasceria a Sibari per trattare la faccenda. TI tiranno di Sibari fece uccidere gli ambasciatori e gettare i loro corpi fuori delle mura in pasto agli avvoltoi.

Per i greci uccidere gli ambasciatori era un gesto sacrilego. Corse voce, infatti che durante il massacro, a Sibari la statua di Era, moglie di Zeus, cominciò a vomitare bile. La vera bile, comunque, la vomitavano i pitagorici i quali ora incitavano alla guerra. Vi erano del resto motivi ancor più profondi di quello della uccisione degli ambasciatori a renderla inevitabile: Crotone, sconfitta a sud da Locri, tentava di espandersi a nord. La presenza di Pitagora le aveva poi conferito una specie di leadership morale su tutti i greci d’Italia e ormai non accettava più di star subordinata a Sibari. Infine le due città erano diventate ormai due entità morali e spirituali in potenziale conflitto: Sibari rappresentava il materialismo, Crotone l’idealismo. I pitagorici con il loro puritanesimo odiavano, in fondo, quella città di orge e banchetti e la vedevano come un simbolo del Male, da distruggere.

Si venne, dunque, alla guerra e fu una guerra combattuta con furore teologico.

Siamo in un giorno del 510 a.C. Un esercito sibarita di 300 mila uomini, al comando del generale Hierone che non è sibarita ma presta i suoi servizi a pagamento, si trova sul fiume Traente. Sull’altra riva ci sono 100 mila crotoniati al comando del famoso atleta Milone che porta in mano una mazza e sul corpo una pelle di leone, come Eracle.

Si avanza la cavalleria sibarita, coi cavalieri dai mantelli svolazzanti al vento. Ma quando i cavalli sono vicini, una compagnia di flautisti di Crotone attacca sui flauti. Il motivo ritmico che i sibariti suonano ai banchetti per farli ballare. Quel ritmo ora, infatti, li fa impennare, roteare, piroettare, scatenandoli in una scomposta sarabanda che mette lo scompiglio generale. I crotoniani allora ne approfittano, avanzano seguendo Milone e fanno strage dell’esercito sibarita. La città infine viene assediata per 70 giorni. Poi si arrende, ma i cittadini prima della resa uccidono Telise, ritenuto responsabile della guerra, e tutta la sua famiglia. Il gesto non placa Crotone: i crotoniani prima saccheggiano, poi incendiano la città. Infine, per coronare l’opera di distruzione, deviano le acque del fiume Crati e le fanno passare su Sibari che muore soffocata nell’acqua e nel fango.

La distruzione di Sibari

La distruzione di Sibari, voluta dai pitagorici, rompe il rapporto di solidarietà tra achei d’Italia e apre una breccia attraverso cui poi i nemici esterni si precipiteranno per colpire al cuore l’ellenismo nella Magna Grecia. I pitagorici per giustificarsi del delitto di “leso ellenismo” davanti al mondo greco, misero in giro gran parte degli aneddoti e barzellette che tendevano a mostrare Sibari come una sentina di vizio e corruzione che, per la sua immoralità, aveva meritalo la punizione che gli era stata inflitta. Ma gli abitanti di Mileto, che avevano capito appieno la gravità della tragedia, per esprimere il loro dolore, si vestirono tutti a lutto…

I sibariti superstiti si rifugiarono nelle loro colonie di Scidros e Laos e tentarono varie volte di ricostruire la loro città, ma furono sempre cacciati via dagli implacabili crotoniani. Finalmente, nel 446, Pericle, volendo avere in Italia una testa di ponte, inviò dieci navi cariche di coloni per fondare una colonia panellenica, nel posto dove una volta c’era Sibari. Tra i coloni ci furono alcuni personaggi illustri come lo storico Erodoto (che morì in Italia), il sofista Protagora, l’architetto Ippodamo che aveva fatto il piano urbanistico del Pireo. La nuova Sibari, fondata sulla destra del Crati, fu chiamata Turio, da una fonte del luogo il cui nome era Fonte Turia. Le navi dei coloni avevano portato anche dieci indovini, uno per ogni nave, i quali subito fondarono una scuola, che Aristofane colpiva con le sue frecciate, la quale fu una specie di Istituto di Futurologia di quei tempi…

La città si ingrandì rapidamente, ma portava in sé i semi della discordia. Gli abitanti superstiti della antica Sibari, ormai decrepiti, e i loro discendenti, credendo di essere gli eletti, come i discendenti degli americani giunti col Mayflower, cominciarono a reclamare i posti migliori, le terre migliori, il diritto di precedenza, per le loro donne, nelle cerimonie religiose. E tirarono tanto la corda che si spezzò: i nuovi coloni, un bel giorno, li aggredirono e ne uccisero quanti trovarono per le vie. Gli altri scapparono precipitosamente e andarono a fondarsi una Sibari tutta loro sul fiume Traente. Turio vivrà molto più a lungo di Sibari che nacque, visse e scomparve in soli 200 anni, e sarà una città prospera. Metagene nella commedia “I Turiopersiani”, titolo derivato dal fatto che i turini imitavano i persiani, in vena umoristica, per descrivere le ricchezze di Turio diceva che i fiumi Orati e Sibari portavano nelle loro acque focacce, torte, e altro ben di Dio…

A 200 anni di distanza dall’arrivo dei greci, nell’Italia del Sud fiorivano la filosofia, la medicina, la poesia, la scultura, la pittura. Liberi dalle pastoie della tradizione o dagli intralci che poteva presentare un ordine costituito dove le novità erano guardate con sospetto, i coloni poterono esprimere con maggior libertà le loro energie creative e fecero cose superiori a quelle della madrepatria.

 I riti orfici

Storici come Erodoto o Tucidide ignorarono questo fatto e si comportarono come certi scrittori inglesi che non trovavano le manifestazioni culturali americane degne di attenzione perché la civiltà americana sembrava loro un sottoprodotto di quella europea. Ma la denominazione “Magna Grecia” usata prima da Timeo e applicata alla regione tra Locri e Sibari, poi estesa a tutto il Meridione, fu una espressione spontanea per indicare non solo la prosperità dei greci d’Italia ma anche il boom culturale, specialmente dopo l’arrivo di Pitagora.

I coloni greci assimilarono gli indigeni o si fusero con essi e la loro civiltà e cultura furono permeate da influenze locali. I greci che giungevano senza donne, sposavano donne indigene. Poiché, nel Meridione pre-greco, la donna era una figura di grande autorità e forza morale, nella famiglia magnogreca essa ebbe la medesima posizione e il suo ruolo fu assai più importante di quello della donna greca. Pitagora fu il primo ad ammettere le donne a un sodalizio filosofico e Caulonia attribuì la sua fondazione non ad un eroe, ma a una eroina: l’amazzone Cleta.

L’importanza della donna venne proiettata anche nelle figure religiose cosicché femmine furono le divinità più amate e di maggior prestigio, come la dea Proserpina a Locri ed Era Lacinia a Crotone. Questa dea, venerata da tutti i greci d’Italia, fu la sublimazione della figura materna del Sud e quando essa scomparirà il suo posto verrà preso dalla Madonna del Granato, anche essa venerata dalle popolazioni meridionali come dispensatrice del dono della fertilità e di molti altri doni…

II clima mite del Meridione favoriva l’agricoltura nel cui sviluppo i fiumi avevano un’importanza fondamentale. Pertanto i fiumi nel mondo pregreco, erano considerati sacri e divinizzati. I coloni greci incorporarono anche essi divinità fluviali nel loro patrimonio religioso, come appare nelle loro monete.

Nel Sud si diffuse un po’ dappertutto l’orfismo, con la credenza che l’anima sia nel corpo come in una prigione da cui aspira a liberarsi per passare a una vita migliore e con l’idea di “espiazione”, secondo cui dopo la morte i cattivi saranno puniti e i buoni premiati. Ma anche l’orfìsmo si tinse di colore locale. Le tavolette fìttili di Locri rappresentano una vita d’oltretomba che è una continuazione della vita terrena dei locresi: le donne si abbigliano, ricamano, colgono fiori e frutta dagli alberi che, nell’Ade, sono come quelli della campagna di Locri.

I filosofi di Elea

Nella Magna Grecia a Elea, fondata dai focesi, fiorisce la scuola filosofica eleatica. La città, sul Tirreno, presso Ascea Marina, in questi anni torna alla luce. La strada che porta verso l’altura dove c’era l’Acropoli fu la strada su cui passeggiarono Senofane, Parmenide e Zenone.

Senofane, giunto ad Elea a 25 anni, cantò le origini della città e scrisse un poema sulla natura. Egli cantava la sua filosofia nei banchetti e in nome della logica e della ragione attaccava ogni forma eli superstizione, compresa quella che gli dei hanno forma umana. Lanciava strali contro Pitagora, criticava la gente che tributava grandi onori agli atleti, eroi dei muscoli, e non ai pensatori, eroi dell’intelligenza, affermava che le nostre conoscenze sono semplici opinioni e non la verità assoluta. Il principio del mondo per lui era il Dio-Unico, senza principio e fine.

Parmenide e Zenone, che a lui si ispirarono, furono nativi di Elea e, in contrapposizione al dualismo pitagorico ebbero una visione monistica della realtà e quasi giunsero all’idealismo assoluto, con la affermazione che tutta la realtà ò pensiero…

Sul mare Jonio fiorisce invece la scuola pitagorica. Il maestro di Crotone trova nel numero il principio di tutte le cose, concepisce Dio come causa e principio dell’universo, è il primo a parlare di dualismo anima-corpo e a dare all’anima la supremazia, fondando l’idealismo; ed è il primo a parlare della terra come una sfera che gira su se stessa, e intorno al sole e a dare la famosa tavola che porta il suo nome, che fu il computer dei suoi tempi… Pitagora era stato influenzato dalle dottrine orfiche e credeva nella metempsicosi, idea che egli forse aveva portato dall’oriente. Secondo questa dottrina, quando il corpo muore l’anima, se non è pura, si reincarna nel corpo di un’altra entità vivente, pianta, animale o uomo, tante volte quante ci vogliono perché si purifichi diventando divina e immortale. Lui stesso diceva che in una precedente vita era stato Euforbo, un guerriero ucciso a Troja.

Questa era un’idea che dava molto sui nervi a Senofane il quale, nell’epigramma “Pitagora e il cane”, diceva: “Qualcuno picchiava un cane. Pitagora si fermò e disse: ma non lo sai che stai picchiando un mio amico che è dentro il cane?”. Ventitré secoli dopo Pitagora, l’idea della reincarnazione esercita una grande forza di suggestione su milioni di persone che si fanno ipnotizzare per scoprire cosa erano state in una vita precedente: la scrittrice americana Taylor Caldwell ha scoperto, qualche anno fa, di essere stata la madre di Maria Maddalena; e una signora del Texas si ritrovò cavallo di un centurione romano…

Pitagora aveva molte superstizioni ed era molto pignolo. Imponeva ai discepoli di entrare nel tempio dalla parte destra, di mettere prima un calzare al piede destro, poi al sinistro. Inoltre proibiva di attizzare il fuoco con un ferro, di toccare un gallo bianco, di mangiare gli organi genitali delle bestie del sacrificio. Conosceva una serie di incantesimi per far guarire i maiali e diceva di indovinare il futuro dai sogni, dal volo degli uccelli c dalla direzione che prendeva il fumo dell’incenso sugli altari. Il divieto di mangiar fave si spiega o con il fatto che fin da allora era nota la malattia che oggi è detta favismo o con l’idea della reincarnazione. A Plutarco, infatti, un poeta pitagorico diceva che per lui “mangiar fave era come mangiare la testa di un parente” reincarnata nel fave.

Platone, invece, spiegava che Pitagora sconsigliava il fave perché esso produce flatulenza e non fa dormir tranquilli. La fama di Pitagora si diffuse dappertutto, tanto che Crotone diventò una specie di scuola di governo per tutta la Magna Grecia… Basti pensare che Platone venne in Italia per apprendere la dottrina del maestro dalla viva voce dei discepoli e comperò, pagandoli 10 mila sesterzi, due libri sul pitagorismo, quando un libro non costava più di venti sesterzi.

I medici di Crotone

Crotone ebbe una famosa scuola di medicina, fondata da Alcmeone. Erodoto dice che i medici di Crotone erano i migliori del suo tempo, seguiti a grande distanza da quelli di Cirene e Cnido. Alcmeone fu il fondatore dell’anatomia umana, scoprì la circolazione del sangue, dalla fisiologia giunse alla psicologia e acquistò fama di filosofo. Trovò nel cervello e non nel cuore la sede del pensiero umano e di ogni attività sensoria e intellettuale, e avanzò teorie sul feto, sullo sperma, sul sonno, affrontando, infine, anche il problema dell’anima e della sua immortalità…

Il suo più famoso discepolo fu Democede che era chirurgo ed esercitò la professione di medico del comune prima ad Egina, poi ad Atene, e infine a Samo. Le tumultuose vicende della sua vita lo fecero finire prigioniero e schiavo del re persiano Dario. Ma un giorno il re cadde da cavallo, si lussò una gamba c, viste inutili le cure dei medici egiziani, egli chiamò Democede. Questi diede al re una rapida guarigione, e in compenso fu liberalo dalla schiavitù e coperto di favori e ricchezze. Poi guarì di un tumore alla mammella la regina Atossa e diventò il beniamino della corte.

Democede voleva tornarsene a Crotone, ma il re che si preparava a far la guerra agli sciti non glielo permetteva. Allora ricorse a un’astuzia degna di Ulisse: tramile Atossa, persuase il re a muovere guerra alla Grecia, invece che agli sciti, e di prepararla mandando lui a capo di una missione, con una nave carica di quattrini, per comperarsi alleanze tra i greci di Grecia e quelli d’Italia, e per finanziare spie. Il re si lasciò prendere al laccio. Democede partì, ma giunto a Taranto fece arrestare i membri della missione presentandoli come spie e proseguì per Crotone, portando con sé il tesoro di Dario. Lì, sebbene sessantenne, sposò la giovane figlia dell’atleta Milone. Il tiro malizioso tra i greci di Crotone suscitò tanta ammirazione che i cittadini lo elessero pritano.

L’episodio, comunque, sta a dimostrare che i greci italiani erano ormai indifferenti al destino della Grecia. Quando Dario invase la Grecia, la Magna Grecia non mandò alla madre patria nessun aiuto, ma Democede, forse perché torturato da un complesso di colpa, persuase l’atleta Faillo ad andare con una trireme a combattere contro i persiani. Fu l’unica trireme della Magna Grecia alla battaglia di Salamina, il celebre scontro di importanza decisiva per i rapporti tra Ovest ed Est. Nel 480 a.C. la flotta persiana di Serse, comprendente circa mille navi pesanti attaccò quella dei confederati greci, che contava solo 310 triremi ed era al comando dello spartano Euribiade. I greci riuscirono a sbaragliare i nemici, grazie alla strategia di Temistocle. In ricordo della solitaria partecipazione di Crotone come rappresentante della Magna Grecia, Alessandro Magno manderà poi a Crotone una parte del bottino che aveva preso alla battaglia di Gaugamela…

Watergate a Crotone

I divieti dietetici di Pitagora e la scuola di medicina contribuirono a una sana alimentazione che diede a Crotone una miriade di vincitori delle gare olimpiche. In una sola Olimpiade sette suoi atleti furono i primi in tutte le categorie, e si disse allora che l’ultimo dei crotoniati era più bravo del primo dei greci.

Quanto la mescolanza di sangue greco con sangue indigeno abbia contribuito a produrre tipi geneticamente programmati a diventar campioni, è una cosa che non fu mai esplorata. Gli antichi ripetevano che gli dei, dando a Crotone tanti atleti, mantenevano la promessa fatta a Miscello, cioè che la città da lui fondata sarebbe stata famosa per la salute.

Milone fu il campionissimo dei suoi tempi. Vincitore di sei gare olimpiche di pugilato, a un certo punto non trovò più nessuno che se la sentisse di competere con lui. Ad Olimpia i ciceroni, additando la sua statua ed esagerando un po’, dice-vano che la statua l’aveva portata lui stesso sulle spalle e collocata dove si trovava; che aveva ammazzato con un pugno un toro e se lo era mangiato in un solo giorno; che riusciva a stare con un piede su un disco unto di olio, e nessuno riusciva a farlo scendere. Pausania racconta la sua morte così: “Un giorno, errando per i boschi della Sila, vide che in un tronco di quercia i taglialegna avevano lasciato dei cunei. Si credette abbastanza forte da spezzare il tronco con le mani ma nel fare ciò i cunei caddero e le mani gli rimasero imprigionate. Incapace di liberarsene rimase lì e finì con l’essere divorato dai lupi”. Il che sembra confermare la giustezza del poco lusinghiero giudizio di Senofano circa l’intelligenza degli atleti.

Altri campioni olimpionici vennero da Turio, Reggio, Locri, Taranto. Tarantino fu Icco, pugile, che creò le prime palestre di ginnastica. Agli atleti che le frequentavano vietava, nel periodo di allenamento, di avvicinare fanciulle o fanciulli. Per tutti i clienti regolava la nutrizione in base al lavoro del corpo, lanciando le prime diete ragionate e scientifiche.

Le leggi di Zaleuco

Zaleuco, il legislatore locrese, dettò le sue leggi verso il 670. La legislazione di Dracone è del 624, quella di Solone è del 594, perciò il locrese è il primo dei legislatori greci. La leggenda vuole che abbia ricevuto le leggi direttamente da Minerva, come Mosè da Dio, e per questo ci vollero secoli prima che venissero cambiate. Una di queste leggi era detta “del laccio”: chi voleva modificare o abrogare una norma zaleuchiana in vigore doveva presentarsi davanti all’assemblea popolare con una corda munita di cappio. Se la sua proposta veniva respinta, doveva morire strangolato lì, davanti a tutti e ciò, naturalmente, toglieva la voglia di introdurre leggi nuove o modificare le esistenti.

Zaleuco, a cui si ispirò anche il catanese Caronda che diede le leggi a Turio, seguiva la regola del taglione: se un uomo cavava l’occhio a un altro uomo, doveva perdere un occhio suo; e se l’altro uomo ne aveva uno solo e rimaneva cicco, il colpevole doveva perdere tutte due gli occhi e rimanere cieco anche lui. La legislazione zaleuchiana mirava soprattutto a combattere il lusso e l’incontinenza e a purificare i costumi perché, come diceva il proemio premesso a ogni legge, gli dei vogliono che i nostri costumi siano puri. All’adultero venivano strappali gli occhi, all’uomo che portava in casa, ai suoi figli, una matrigna, veniva proibito di dare consigli alla città, visto che aveva dato consigli sbagliati a se stesso; colui che era riconosciuto colpevole di calunnie doveva portare in testa, per tutta la vita, una corona di tamarisco. Quando un figlio di Zaleuco venne riconosciuto colpevole di adulterio, i magistrati, per riguardo al padre, non volevano fargli perdere gli occhi. Allora Zaleuco tolse un occhio a sé e uno al figlio e soddisfece le condizioni della legge, impedendo che fosse commesso un favoritismo.

Musica e poesia fiorirono a Locri, Reggio, Taranto. La scuola musicale locrese faceva capo a Senocrito, il cui canto e la cui melodia sui flauti, diceva Pindaro, “mi eccitano come un delfino immerso nel placido mare”. La musica era accompagnata da parole e i compositori erano anche parolieri, come Erasippo, Menassea e la poetessa Teano.

Come al festival di Sanremo

Spesso si svolgevano gare musicali a cui la gente si entusiasmava come si entusiasma oggi con le partite di calcio. Una delle gare più famose, ricordata da Strabone, fu quella tra i citaredi Anistone, reggino, e Eumono, locrese. A Eumono, mentre si esibiva, si ruppe una corda ma una cicala si posò sulla cetra e modulò il suono della corda spezzata portando Eumono alla vittoria. Strabone vide a Locri un monumento al citaredo con la cicala posata sulla cetra.

Si diceva a quei tempi che al di là del fiume Alece, dove cominciava il territorio di Reggio, le cicale non cantavano più (Strabone dice i grilli). Ma i reggini replicavano che col poeta Ibico cantavano gli usignoli. Ibico, amico di Anacreonte, visse alla corte spensierata di Policrate di Samo. In sette libri, di cui ci rimangono pochi frammenti, cantò la sua pazzia d’amore (più per gli uomini che per le donne).

L’omosessualità alla corte di Policrate del resto non faceva alcuna impressione perché lì convenivano etere, amasi, pederasti. Poetavano anche i principi, come Dionisio di Siracusa alla cui mangiatoia si nutrirono Pindaro e Simonide di Ceo. Come Lorenzo il Magnifico, Dionisio scrisse versi e la tragedia intitolata “Il riscatto di Ettore” che fu premiata ad un concorso ad Atene.

A Taranto il poeta Leonida scrisse epitaffi funebri, le cui immagini ricordano quelle donne del Sud quando piangono i loro morti; a Metauro (odierna Gioia Tauro) pare sia nato Stesicoro, poeta secondo solo a Omero, che perdette la vista per un carme diffamatorio di Elena di Sparta e la riebbe quando scrisse invece un carme di lode. A Locri visse anche Nosside che si diceva “a Saffo eguale” e scrisse poesie erotiche. In poesia esprimevano i loro sentimenti anche le donne di malaffare. Ateneo ricorda i versi di una signora locrese che faceva le corna al marito. Dicevano così: “Ah, che fai? Non rovinarmi, ti prego. Prima che lui (il marito) giunga levati e vai via… Non far del male a te e a me sciagurata… Non vedi? Il giorno già traluce tra le imposte”.

La musica come scienza e arte fu esplorata da Aristosseno di Taranto (IV secolo) in opere come “Elementi di Ritmo” o “Elementi di Armonia”. Glauco di Reggio (IV secolo) compilò un volume intitolato “Antichi poeti e musici” e con Cleo- mene di Reggio e Carilao di Locri fiorì il ditirambo che era una specie di parodia caricaturesca di grandi opere letterarie. Le cosiddette farse fliaciche mettevano in caricatura i personaggi che i tragici greci trattavano con grande solennità e assunsero a dignità letteraria con Rindone. Un altro autore, Alessi, nativo di Turio e vissuto 106 anni, deliziò il pubblico ateniese con la rappresentazione di 245 opere.

La cultura scientifica ebbe i suoi rappresentanti in Alcmeone, Aristosseno, Empedocle c soprattutto Archita di Taranto che per primo fece la distinzione tra progressione geometrica e aritmetica, fece studi di acustica e fu filosofo, scienziato, statista, stratega. Reggio ebbe due storici, Lieo e Ippi, che scrisse la prima storia delle colonie della Magna Grecia (visse al tempo delle guerre persiane).

Le arti figurative

L’arte raffigurativa ebbe, in Zeusi, il Raffaello dei tempi antichi. Nativo di Eraclea, città fondata sulle rovine di Siri, vissuto nel IV secolo, Zeusi portò la pittura a vette allora sconosciute. Fece il suo dipinto più famoso su commissione dei crotoniati e fu il quadro di Elena di Sparta per il quale volle che posassero nude le cinque più belle fanciulle di Crotone. Finito il lavoro, ci scrisse sotto: “Non possiamo biasimare i greci e i troiani che per una donna come questa fecero una guerra di 10 anni”.

Tutte le sue opere furono distrutte quando le città della Magna Grecia caddero in mano a bruzi, lucani e sanniti. Nella scultura gli artisti della Magna Grecia si distinsero per le statue in bronzo. La scuola più famosa fiorì a Reggio con Clearco e Pitagora reggino; Clearco, secondo Pausania, avrebbe costruito una statua di Zeus che ornava il tempio di Atena a Sparta e avrebbe aperto la strada a Pitagora che Pausania definisce “il miglior scultore che sia mai esistito”. Per primo egli applicò le leggi del ritmo e della simmetria e ciò fece pensare che fosse imparentato col suo illustre omonimo di Crotone che teneva cattedra quando lui nacque. Fu il primo artista a rappresentare vene, nervi, muscoli, forse sotto l’influenza di Alcmeone. A lui furono attribuite molte statue di bronzo di atleti

vincitori delle gare olimpioniche e non è certamente senza fondamento la tesi secondo cui i bronzi di Riace sono opera sua, e si trovavano a bordo di una nave che naufragò nel viaggio Reggio-Crotone.

Certamente in pittura e scultura, la Magna Grecia non raggiunse le vette estetiche di Fidia o Prassitele, come nell’arte drammatica non produsse nulla che sia paragonabile alle opere di Eschilo o Sofocle. Ma i magnogreci, senza perdere nulla nel paragone, potevano benissimo contrapporre ai templi greci quelli di Posidonia e Agrigento, ad Alveo e Saffo i poeti Ibico e Stesicoro, ai filosofi greci i nomi di Pitagora, Parmenide e Zenone, a storici come Erodoto e Tucidide storici come Timeo, Filisto, Ippi e Lieo, a Dracone e Solone legislatori come Zaleuco e Caronda.

La Lega Italiota

Tra Magna Grecia e Grecia gli scambi culturali furono frequenti come lo sono oggi tra America e Europa. Tn Italia giunsero Platone, Protagora, Erodoto c molti altri; in Grecia andarono Gorgia, Timeo, Ibico, Parmenide, Zenone. Alcuni uomini illustri della Magna Grecia si trovarono nella posizione dei premi No-bel americani che vengono classificati americani, ma sono di formazione europea: ossia erano venuti dalla Grecia (come Pitagora e Senofane) o erano figli di immigranti greci. Ma se greco era l’impulso creativo, fu nell’ambiente della Magna Grecia che poterono esprimerlo in piena libertà, senza alcun rischio di dover bere la cicuta come Socrate.

Le città della Magna Grecia declinarono e morirono perché erano minate dal male che ha dominato l’antica Grecia: il particolarismo e una visione politica che non andava al di là dell’interesse cittadino.

Invece di far fronte comune contro i nemici esterni le città si mettevano una contro l’altra, si combattevano tra loro, talvolta anzi alleandosi col nemico comune per umiliare una città rivale. E quando poi vollero difendersi dal pericolo bruzio, campano, lucano, romano, dovettero ricorrere a condottieri della madre patria che venivano sì per liberarle ma anche per conquistarle.

Crotone, dopo aver distrutto Sibari, rimase infetta del morbo sibarita. Poiché la distribuzione delle terre di Sibari era stata fatta tutta a favore degli aristocratici, sostenuti dai pitagorici, il popolo trovò un capo in Cilone e si impadronì del potere. Con una tattica che anticipava di secoli quella del Watergate, Cilone riuscì a far rubare alcuni fogli del libro segreto di Pitagora e, leggendoli al pubblico e travisandone il senso, incitò la folla contro i pitagorici.

Pitagora dovette lasciare Crotone e cercare asilo a Metaponto, dove morì. I suoi seguaci, capeggiati dal dottor Democede, un giorno erano radunati nella casa di Milone. I ciloniani li assalirono, incendiarono la casa, e fecero un macello: molti morirono tra le fiamme. Questo fu il segnale della caccia alle streghe, ossia ai pitagorici. La ventata di epurazione costrinse i pitagorici superstiti a cercare scampo nella fuga.

Ma Crotone, ormai dilaniata dalle lotte intestine, cominciò a declinare. Essa era rimasta sulla cresta dell’onda per una settantina di anni, fino al 460 quando cacciò i pitagorici. Dopo di allora si immerse nel lusso alla sibarita, e andò perdendo le sue qualità virili.

Intanto a Siracusa prendeva sempre più rilievo la figura di Dionisio il vecchio, che mirava al continente italiano, da lui considerato una estensione della Sicilia. I greci del continente, impauriti, fecero una lega difensiva, detta “lega italiota”, capeggiata da Crotone. La sede della Lega fu il tempio di Era Lacinia. Dionisio si alleò con i campani e li scatenò contro le città greche d’Italia; questi distrussero un esercito mandato da Turio, attirandolo tra due gole. Di quattordici mila fanti e 1000 cavalieri ne sopravvisero solo 4000. Poi Dionisio mosse sul continente, sbarcò a nord di Locri, che era la città con cui era alleato, sconfisse la lega italica in battaglia campale sul fiume Elleporo (odierno Stilaro) e rase al suolo Caulonia, portando i suoi cittadini a Siracusa a scopo di ripopolamento e dando a Locri i territori strappati a Crotone, compreso quello di Caulonia.

Fiaccata militarmente, demoralizzata, Crotone passò il comando della Lega a Taranto, che scelse come sede delle riunioni Eraclea. Taranto allora aveva una potenza notevole: poteva mettere in campo 30 mila fanti, 3 mila cavalieri, 1.000 ipparchi. Essendo di origini spartane, il suo esercito aveva una buona reputazione. Sulle sue monete erano raffigurati cavalieri armati di asta e giavellotto. Questi cavalieri usavano mettere due cavalli in corsa l’uno accanto all’altro e saltare dall’uno, all’altro. Nonostante questa forza militare Taranto però capì che non riusciva più a tenere a bada lucani, campani e bruzi.

Questi ultimi, guerrieri di razza sabellica, vennero spinti nella guerra dai lucani; ma poi si staccarono, formando una confederazione indipendente, con capitale Pandosia (Cosenza). Da qui, lanciando attacchi, si erano venuti impadronendo di molte città greche.

La conquista romana

Pirro, re dell’Epiro, venne in aiuto di Taranto: c furono 14 anni di guerra spietata coi romani.

Nel 353 lucani, campani c bruzi si erano mossi da giogo a giogo dal Tirreno verso lo Jonio avvicinandosi a Locri e minacciando Crotone, e le razzie di tipo brigantesco erano diventate sempre più spedizioni militari organizzate.

Per difendere le città magnogreche dalle minacce Taranto chiese aiuto a Sparta. Si susseguirono così una serie di condottieri greci: Archidamo, figlio del re spartano Agesilao, che fu ucciso dai lucani a Manduria; Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno che, nel 332 sconfisse i lucani sul Seie, ma poi fu ucciso e il suo corpo fu fatto a pezzi: uno di questi fu portato in trionfo a Cosenza, l’altro esposto al ludibrio e agli insulti del campo.

Ci fu poi finalmente una specie di tre-gua durante la guerra dei romani contro i sanniti, durata un ventennio, ma poi di nuovo i lucani si mossero e ai tarantini venne in aiuto Cleonino di Sparta. All’inizio del terzo secolo tutte le città magnogreche avevano capito che l’unica difesa contro i barbari era Roma. Così fecero dei trattati. Un presidio romano fu insediato in Turio e un altro in Crotone nel 285 a.C.

La intrusione romana negli affari della Magna Grecia creò grosse grane con Taranto. Si venne alla guerra e i tarantini chiamarono in loro aiuto Pirro. Era la prima volta che un esercito romano si trovava di fronte a un esercito greco sul campo di battaglia. Tutte le città si illuse-ro allora che Pirro avrebbe fiaccato Roma e, denunciando i trattati coi Romani, passarono a lui. Nel 276, dopo 14 anni in Italia, Pirro ritornava in Grecia sconfitto, imbarcandosi a Locri. Prima di partire, fece man bassa del tesoro di Proserpina e la dea, per vendicarsi, gli scatenò una tempesta che portò a riva, presso capo Bruzzano, la nave che trasportava il tesoro. Forse la tempesta ci fu davvero e la nave si rovesciò e una parte del tesoro giunse a riva e fu riportato nel tempio. Uno di questi giorni qualche pescatore subacqueo al largo di Capo Bruzzano ne troverà il resto o parte del resto.

Dopo la partenza di Pirro si consegnarono ai romani Taranto, Turio, Eraclea, Crotone, Locri. Tra la prima e la seconda guerra punica i romani, tramite una confederazione, mantennero il loro controllo sulla Magna Grecia. Nella prima guerra punica anzi, i greci, esperti di mare, li aiutarono a diventare una potenza navale e a battere sul mare i cartaginesi. Ma nei ceti popolari serpeggiava un certo malcontento per varie ragioni e il malcontento esplose nel 216, dopo che Annibale vinse Roma a Canne e tutte le città ruppero i trattati e passarono dalla parte cartaginese.

“Era”, scrive Livio “come se una medesima malattia avesse colpito tutte le popolazioni italiane. La febbre spingeva la plebe a dissentire dall’aristocrazia, onde mentre gli aristocratici rimanevano fedeli a Roma, le plebi inclinavano verso Cartagine”. Locri fu presa dai cartaginesi, poi ripresa dai romani. Ma i romani commisero tante ruberie e abusi che la popolazione che li aveva salutati come liberatori cominciò a mormorare che si stava meglio quando si stava peggio e mandò una ambasceria a Roma per indurre il Senato a far giustizia. E il Senato la fece e poiché Locri era nella giurisdizione di Scipione l’Africano, che a Locri era andato più volte, anche lui fu duramente attaccato e corse il pericolo di perdere i galloni di generalissimo contro Annibale.

Annibale tornò in Africa imbarcandosi a Crotone. Ma prima di partire sgozzò nel tempio di Era Lacinia tutti gli italici che, mentre era vittorioso, si erano arruolati nel suo esercito e ora si rifiutavano di seguirlo in Africa; poi incise su una stele che lasciò nel tempio l’elenco di tutte le vittorie che aveva riportato sui romani. Mentre le navi salpavano, dice Livio, “Annibale guardava la città e il tempio e imprecava contro gli uomini e gli dei” (quelli romani, si intende). Ed ora, in faccia al mare, rimane ancora quella colonna alla quale forse si appoggiò, prima di partire, umiliato e sconfitto. Scomparso Annibale, tutte le città della Magna Grecia cessarono di avere una storia e le loro vicende si fusero con quelle di Roma che trasformò le città in colonie o municipi romani.

La Magna Grecia morì, ma la sua civiltà e la sua cultura vennero assorbite dall’anima romana, diventarono anzi due delle sue più importanti componenti. La sua influenza era penetrata nel Lazio prima tramite Clima, avamposto della grecità in Italia, poi tramite gli etruschi che avevano subito l’influenza greca commerciando con i sibariti e altre metropoli magnogreche, infine direttamente, quando i romani ebbero contatti diretti con le città bruzie, campane e del golfo di Taranto.

Dai greci i romani presero nomi di divinità come Apollo, Vesta, Castore, Polluce. Dalla Magna Grecia ebbero l’alfabeto che li mise in condizione di scrivere; e le leggi, le costituzioni e gli ordinamenti militari romani furono fortemente influenzati da quelli dei greci d’Italia. Dionigi di Alicarnasso narra che 300 anni dopo la sua fondazione Roma mandò tre personaggi nella Magna Grecia per trovare le leggi migliori e adottarle; e da Zaleuco furono prese certe disposizioni delle leggi delle dodici tavole, come dalle costituzioni delle città italiote viene la concezione del governo “misto” come la forma di governo migliore.

I primi impulsi letterari o poetici li portarono a Roma greci d’Italia come Livio Andronico, che tradusse in latino l’Odissea, Ennio, Pacuvio, Nevio. La religione orfica, dominante nel meridione, penetrò nell’Etruria, come appare da certe rappresentazioni della morte in tombe etniche del IV secolo; e pittura, scultura e architettura etrusche risentirono l’influenza magnogreca che assimilarono, però, in modo originale. Il pitagorismo fu un veicolo di primo ordine per la diffusione della civiltà italiota in Italia: esso penetrò nel Sannio, a Napoli, tra i lucani dove era noto non solo il nome di Pitagora ma anche quello di Archita e della scuola medica di Crotone.

Giamblico scrive che nelle città italiche vi erano molti circoli pitagorici; e Aristosseno aggiunge che tra i seguaci del Maestro di Crotone vi erano Paucezi, Messapi, Lucani, Romani e perfino Galli: i quali, avendo appreso che l’anima si reincarna prestavano dei soldi e, per proteggersi da eventuali condizioni di povertà, stabilivano che la restituzione dovesse avvenire in un’altra vita. Dalla cavalleria tarantina i romani appresero a ordinare la loro, come da Taranto e altre città impararono l’arte dei combattimenti navali. I greci che si trapiantarono in Italia impararono subito ad apprezzare le doti per le quali essi capivano di essere superiori agli indi-geni: l’amore per la libertà, il coraggio, la fiducia in sé, il senso della misura. Tu loro si formò anche l’idea che uno deve farsi avanti con le proprie forze e le proprie capacità personali, idea negatrice del privilegio aristocratico che in patria faceva salire, anche immeritatamente, a posizioni di grande importanza. Il colono arrivava al successo non sui trampoli di un titolo, ma con la sua volontà e anche la sua astuzia.

Rifluendo in patria, il concetto del “farsi avanti con le proprie forze” scombussolò i regimi aristocratici, portando al potere nuove oligarchie. Accadde, insomma, la medesima cosa che è accaduta nei rapporti tra gli Americani e gli europei, per cui si può dire benissimo che la storia si ripete.

La civiltà e la cultura hanno dunque seguito la direzione Sud-Nord: e partendo dalle rive del mare Jonio si diffusero in tutta la penisola. Di quella civiltà e di quella cultura, nelle sue espressioni fisiche, non rimangono che pochi ruderi. Molla parte delle colonne dei templi sono finite nelle chiese cristiane: colonne dei templi di Locri, ad esempio, si trovano nella cattedrale di Gerace, portate lì dagli abitanti al tempo delle invasioni dei saraceni.

I messaggi di un mondo sommerso dal mare.

Di molti paesi che si chiamavano con nomi come Yporon, Delia, Iton, Malea, Livadia si è perduta ogni traccia. Terremoti, dissesti idrologici, bradisismi, incursioni arabe e altri sconvolgimenti prodotti dagli uomini o dalla natura, li hanno cancellati per sempre dalla faccia della terra. L’apparenza fìsica del Sud è completamente mutata rispetto a quella che aveva ai tempi della Magna Grecia. Il conte Za- notti-Bianco scrive: “Chi percorre il territorio della Magna Grecia diffìcilmente può immaginare con la fantasia il ricco panorama che offrivano in antico le città, con i loro monumenti e il paesaggio coi suoi densi boschi e i numerosi corsi di acqua perenne di cui parlano gli antichi scrittori”. Distrutte dalle guerre c dai terremoti, su molte antiche rovine si sono sovrapposte moderne città. I templi crollati o abbattuti sono stati sfruttati come cave di pietra o forni per calce dalle misere popolazioni agricole. Porti come quelli di Caulonia, Riace, Locri, Roccella sono spariti; promontori che una volta erano lunghissimi, come Punta Stilo, che ai tempi di Plinio era il più lungo d’Italia, sono diventati delle misere appendici caudali della penisola: gran parte di essi sono stati sommersi dal mare che copre anche templi, monumenti ed edifìci di antichissime città. Ma qualcosa di ciò che fu la Magna Grecia sopravvive ancora nella lingua, nei costumi, nelle superstizioni e nella mentalità della gente del sud, specialmente di quella che non è stata immessa completamente nelle correnti della vita moderna.

Lina grande percentuale dei dialetti, specialmente calabresi, è formata da parole greche, e greco parlano ancora gli abitanti di certi paesi di montagna come Chorio, Roghudi, Bova Superiore, Galli- ciano, in provincia di Reggio. Nel 1368 il Petrarca, a un giovane filologo, suo copista, che voleva andare a imparare il greco a Costantinopoli, suggerì di andare invece in Calabria dove tutti parlavano quella lingua. Lui stesso l’aveva imparata dal monaco Barlaam da Seminara, e da un altro calabrese, Leonzio Pilato, umanista e avventuriero.

Il professor Rohlfs, tedesco, profondo conoscitore dei dialetti del Sud, ha dimostrato nelle sue opere che le parole dialettali, specialmente del dialetto calabrese, vengono dal greco antico! Ora, però, quelle parole stanno per essere anch’esse sommerse, come i templi e le città, dal fiume del gergo televisivo.

Altri tratti della Magna Grecia persistono nella tendenza a sottilizzare nelle discussioni, come gli antichi sofisti, in certe inclinazioni a poetare, nelle immagini che ricorrono quando le donne piangono i morti, nel modo di ragionare dei pastori della montagna che sono i tipi umani ancora più vicini a quelli descritti da Teocrito.

11 grande entusiasmo che i bronzi di Riace hanno destato a tutti i livelli di pubblico deriva solo in parte dal fatto che si tratta di due eroi giovani, belli, muscolosi, aureolati di mistero, che i giornali e la televisione hanno lanciato sul palcoscenico dell’archeologia come due divi del cinema o del calcio; in parte, e forse in gran parte, esso deriva anche dal fatto che essi vengono da un mondo sommerso nel tempo, che è esistito 25 secoli fa e ha formato la nostra matrice culturale. Essi sono come le conchiglie marine che conservano l’eco di lutti i rumori dell’Oceano da cui sono state strappate, portano con loro echi di voci, di messaggi, di ammoni-menti dal lontanissimo mondo della Magna Grecia, che sta sepolto sotto i nostri piedi.


  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Fondazione Magna Grecia